lunedì 4 luglio 2011

Istanbul, sotto il velo la magnificenza

di Alessia Delcré

Istanbul, vivace metropoli con un ricco bagaglio storico, punto di incontro tra Oriente e Occidente, si presentava nel mio immaginario come una città magica, anche se la presenza di una religiosità così radicata come quella islamica creava veli di diffidenza che faticavo a sollevare.


L’arrivo all’aeroporto internazionale Sabiha Gökçen a Pendik/Kurtköy, sulla sponda asiatica, è una piacevole sorpresa: ordinato, moderno, l’aeroporto è dotato di apparecchiature di controllo sofisticate. Il tempo che accoglie me e i miei compagni di viaggio - siamo a metà marzo - è altrettanto inaspettato: nevica. Un autista ci attende all’uscita per accompagnarci in hotel, situato nel quartiere di Sultanahmet, cuore storico della città. Durante il trasferimento catturiamo incuriositi i primi scenari che sfilano ai nostri sguardi. Strade ampie, caselli autostradali, automobili molto simili a quelle europee, e sullo sfondo nuclei di città fatti di palazzi, zone boschive, luci che punteggiano la sera.
La neve continua a cadere, ma i fiocchi diventano mano a mano più radi fino a perdersi nel blu della notte. L’autista è silenzioso, noi turisti invece molto rumorosi per l’eccitazione di questo viaggio.
Superiamo due ponti, attraversando prima il Bosforo e poi il Corno d’Oro. Il traffico diventa più intenso, gli edifici assumono connotati storico-architettonici più definiti. Le prime moschee svettano sullo sky-line della città con i loro minareti. Da queste alte colonne a punta viene diffuso cinque volte al giorno l’adhan, il richiamo alla preghiera, da un muaddin, persona scelta per le sue qualità vocali e soprattutto morali. Lo sperimentiamo di persona la mattina seguente, quando verso le 5.00 lo sentiamo chiaramente dalla nostra camera d’hotel; è un buon inizio per immergersi nel clima del posto.
La fede islamica è molto sentita e praticata a Istanbul, e la presenza di decine di moschee attive disseminate in tutta la metropoli testimonia l’intensità della professione religiosa. La visita alle moschee è senz’altro uno degli aspetti più interessanti della città. L’accesso è in genere consentito anche ai non credenti, nel rispetto degli orari di preghiera e di alcune norme comportamentali.



Nel silenzio è più facile lasciarsi condurre dalle proprie sensazioni intime e saper apprezzare elementi architettonici tanto aggraziati. I colori vivaci e i motivi floreali e calligrafici delle piastrelle islamiche sono messi in risalto da costellazioni di lanterne, che paiono invitare le singole spiritualità ad adunarsi in preghiera. Nelle moschee si prega seduti o in ginocchio su vasti tappeti, il corpo e lo sguardo protesi in direzione della Mecca, come prescritto dal Corano.
In origine, quando Maometto confidava di riuscire a convertire all’islam la comunità ebraica, il profeta aveva prescritto di volgersi a Gerusalemme; la mancata risposta di quest’ultima, tuttavia, modificò la direzione della preghiera, e La Mecca, luogo frequentato dai Pagani, diventò il nuovo punto di riferimento. (1)
Mi perdo a osservare con quale raccoglimento i fedeli, pur nel via-vai turistico, siano assorti nella preghiera. Si tratta comunque sempre di uomini: alle donne non è permesso pregare nelle aree centrali e soprattutto unirsi al gruppo degli uomini. Le si vedono radunate in disparte, dietro a cancellate ai lati delle sale, il capo chino coperto da veli colorati, silenziose e umili nella loro sottomissione.
La separazione dei sessi è riscontrabile in ogni ambito della vita sociale. I bar e i locali di ritrovo sono frequentati solo da uomini, e per strada le donne formano gruppi che ben si distanziano dalle chiacchiere maschili. Il ruolo che la società islamica impone al gentil sesso è confinato all’interno delle mura domestiche, ma la donna è comunque il fulcro della vita famigliare, non solo perché in prima linea nella conduzione della casa ma in quanto responsabile della crescita dei figli e confidente di tutti i membri della famiglia. Uno status, questo, stabilito fin dall’epoca ottomana, quando figure femminili di spicco influivano da dietro le quinte sulle decisioni politiche e amministrative dei sultani, pur restando confinate nel mondo ovattato dell’harem. Basti pensare che erano le madri dei sultani a scegliere le concubine e a permettere o meno a queste ultime la scalata sociale per diventarne le predilette. (2)

La moschea più conosciuta e penso anche la più affascinante è quella di Sultan Ahmet, ordinata dal sultano Ahmet I (1603-1617), meglio nota come La Moschea Blu, per via delle migliaia di piastrelle blu presenti al suo interno.
Per grandiosità e bellezza essa rivaleggia con la vicina basilica di Aya Sofya, fatta costruire dall’imperatore Giustiniano (527-565) come edificio di culto cristiano. In seguito trasformata in moschea, è oggi visitabile come museo.
Altri imperdibili tappe turistiche restano la Cisterna Basilica, antico acquedotto bizantino completamente sotterraneo, opera anch’esso di Giustiniano (532) e il Palazzo Topkapi, iniziato a costruire nel 1453 su ordine di Mehmet il Conquistatore, poi dimora di numerosi sultani fino al XIX secolo, oggi museo con collezioni pregiate di antiche vesti dei sultani, armature e tesori regali.
Queste e numerose altre costruzioni di rilievo fanno di Istanbul un bazar storico e culturale vivo, che si svela ad ogni angolo di strada.



Una visita a piedi su e giù per le colline di Istanbul vale la pena anche per entrare in contatto con la gente e le sue tradizioni, ancora ben radicate nonostante l’occhio sia voltato verso la modernità. La metropoli turca è stata scelta nel 2010 come una delle capitali europee della cultura, e questo evento di pregio le ha dato la spinta per rinnovarsi e restaurare importanti monumenti altrimenti destinati alla rovina.
Oggi la vita culturale è molto vivace, grazie alla continua inaugurazione di mostre, musei, programmi di feste e manifestazioni in tutto l’arco dell’anno. Dal 2005 sono in corso anche i negoziati di adesione della Turchia all’Unione europea. Intanto, la coinvolgente energia della città continua a farsi sentire. La si evince nelle fiumane di cittadini e turisti che riempiono le strade. Nei colori, profumi e forme invitanti di dolciumi, cumuli di spezie e altre prelibatezze gastronomiche in bella mostra nei carretti ambulanti o dietro le vetrine. Negli attraenti oggetti di un ricco artigianato locale - tappeti, ceramiche, tessuti, lampade... - che mostra cura per il dettaglio e sapiente continuità della tradizione. Nelle multiple attività economiche in prevalenza commerciali, a volte anche bizzarre o introvabili nella società capitalista europea, che danno l’idea di una popolazione che non si scoraggia di fronte alla pesantezza o all’umiltà di certe professioni. Nella grande attenzione infine per l’aspetto religioso delle nostre esistenze, sempre alla ricerca di una fede a cui ancorarci saldamente, ma che spesso si fa fatica a trovare.






NOTE E RIF. BIBL.:
(1) Centro Studi sull’Ecumenismo, Cultura, cività e teologia nell’islam, a cura di Alessandro Gamba, Marinetti, Torino 2003
(2) L’altra metà della luna. Capire l’islam contemporaneo, a cura di Laura Cabria Ajmar e Marina Calloni, Marinetti, Torino 1993