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venerdì 20 luglio 2012

Verdon, fascino verticale anche dal basso


di Alessia Delcré


Sono pochi i negozi (di primissima necessità) e le "attrattive turistiche", ma in estate i bar del paese si riempiono di arrampicatori che, nelle calde mattinate, si radunano con cartine e tanto entusiasmo davanti a tazze fumanti per organizzare i percorsi verticali.



Non è comunque prerogativa indispensabile essere grimpeurs per poter godere delle bellezze e delle emozioni di questo territorio. Se sprovvisti di corde e imbragature, o semplicemente amanti del trekking, consiglio un itinerario che io stessa ho percorso con famiglia a carico ("a carico" proprio nel senso letterale del termine, ovvero con bimbi piccoli portati in zaino sulla schiena).
E' il Sentier des Pêcheurs, un anello lungo 11 km con tempo di percorrenza di 4 ore circa. Si intraprende al Col de l'Olivier, sulla strada che da La Palud porta a Moustier St. Marie. Il percorso inizia a mezza quota dapprima in ombra, poi totalmente esposto per via della tipicità rocciosa. Dopo circa un'ora e mezza si scende fino al fiume, dove si può piacevolmente sostare per un pic-nic. Le acque verdi si ammirano però meglio dall'alto, quando si riprende il sentiero che costeggia le acque in leggera salita. Le tonalità di verde smeraldo e di blu profondo rapiscono gli occhi, contrastate dal bianco di alcune pareti rocciose. Un tratto di via ferrata dona all'itinerario un brivido d'avventura, ma è presto superato e si prosegue fino a giungere a prati ampi in cui pascolano alcuni ciuchini curiosi.


Altre passeggiate che si possono fare in questa zona sono proposte nella cartina qui allegata. Vediamo qualche nozione sui sentieri:
1- Plein voir 
Sentiero per escursionisti, lunghezza 7 km, durata 4 h 30 circa, dislivello 600 m.
Circuito di cresta su antiche mulattiere, con panorama sul lago di St. Croix.
2- Moustiers-La Palud
Sentiero per escursionisti esperti, lunghezza 17 km, durata 6/7 h, dislivello 900 m.
Tappa classica del tour Moustiers-Castellane, con vista dominante sui canyon.
3- Sentier des Pêcheurs
4- Sentier Bastidon con anello Maireste-La Palud-Barbin
Per escursionisti esperti, lunghezza 15 km, durata 6 h, dislivello 700 m.
Ben soleggiato, è frequentato soprattutto nella stagione fredda.
Lungo il percorso può capitare di imbattersi in branchi di camosci.
5- Découverte du Lèzard
Sentiero poco impegnativo, lunghezza variabile a seconda delle varianti, durata da 30 min. a 2h 30/4 h.
Gira intorno al Point Sublime, consentendo di scoprire la storia umana e geologica di questo territorio.
6- Grand Margès
Sentiero per escursionisti esperti, lunghezza 14 km, durata 6 h, dislivello 800 m.
Si arriva alla Cima del Grand Margès, con vista sulla piana di Canjuers. Sentiero a tratti sconnesso e con segnaletica incerta.
7- Sentier de l'Imbut
Per escursionisti esperti, lunghezza 9,5 km, durata 5 h 30, dislivello 600 m.
E' uno dei più spettacolari delle Gole: si snoda tra boschi di bossi, faggi e tassi.
In alcuni passaggi prestare attenzione al sentiero molto esposto.
8- Belvedere de Rancoumas
Per escusionisti, lunghezza 8 km (compreso ritorno), durata 4 h 30, dislivello 600 m.
Anello sul Pont du Tusset passando davanti alla falesia dell'Escales. Superba vista.

Dopo tutte queste bellezze naturali, per ultimare il viaggio consiglio anche un'escursione culturale all'affascinante paesino di Moustiers Sainte Marie, posto appena fuori dalle Gole.
Totalmente arroccato, ricco di vicoli suggestivi e di piazzette contornate da platani secolari, Moustier è un pullulare di turisti, di produzioni artigianali, di laboratori d'arte e di bonheur.
E' anche sede degli Uffici del Parco regionale del Verdon (www.parcduverdon.fr).
Abbracciato da una cinta fortificata di notevole bellezza, propone tra i suoi sentieri quello alla chiesa di Notre Dame de Beauvoir, che sovrasta il centro abitato. Da Moustiers iniziano le coltivazioni dei campi di lavanda, che verso il mese di luglio esplodono nella loro rigogliosa fioritura, colorando ettari e ettari di viola e profumando l'aria della nota fragranza provenzale.


lunedì 4 giugno 2012

Verdon, i colori del sublime

Viaggio in Provenza, Francia meridionale.
Destinazione: gole del Verdon. Periodo: fine aprile. Temperatura mite, cielo piovoso.

Usciamo in autostrada a Nizza, proseguendo verso Digne. La strada è molto suggestiva e si incanala tra alte rocce scolpite dal vento. A tratti le rocce sembrano caderti addosso, serrando l'asfalto in una morsa calcarea; a tratti sono varchi verso panorami che non ti aspetti, aperti e verdeggianti. Dolci declivi punteggiati di ocra delle fattorie in tufo con le imposte color lavanda, di uliveti e greggi di pecore al pascolo, di borghi schivi in lontananza aggrappati a fazzoletti verticali, attenti e silenziosi come sentinelle che sorvegliano i passanti.
Entrevaux (515 mslm) è un abitato medioevale con accesso da un ponte levatoio. Ci accoglie con una fitta pioggia battente e i suoi pavé lucidi, le piazzette vuote. Le alte mura di difesa ancora presenti rafforzano la sua aria mistica e storica, da cui si esce per la "porta di Francia" o la "porta d'Italia", retaggio di un'urbanistica di crocevia nei commerci verso le due nazioni. Ci immergiamo in stretti vicoli, avvolti da alte case adornate di gerani e  bottegucce dalle insegne antiche. Vecchi platani sfilano a lato, sulle piazze, sulle strade. La primavera è appena iniziata, è difficile trovare gente in giro.
Lasciamo Entrevaux e il suo fascino assorto e ci dirigiamo verso Castellane, passando per il Lago di Castillon. La scenografia naturale è molto varia. Arriviamo a quota 1124 mslm del Colle di Toutes Aures: gli ulivi hanno lasciato posto a frassini e larici e a tappezzanti dalle tinte cangianti di verdi e bruni. Da Castellane, altra cittadina medioevale sovrastata da un'altissima roccia con in cima una chiesa, parte la spettacolare Route 952, strada serpeggiante parallela al fiume Verdon. Percorrendola, si è spettatori di paesaggi di rara bellezza. Agglomerati di rocce si innalzano ovunque come mostri, bellissimi, dalle forme stravaganti e dai grandi occhi, vuoti materici che vorremmo - per presunzione - scolpiti da mano umana. A ogni curva ti assalgono, onnipresenti e opprimenti, tanto da farti sentire piccolo e a disagio. Ma quando li oltrepassi, e la mente ritorna lucida, ti accorgi di quanto siano meravigliosi, sublimi.
Ed è appunto il Point Sublime che stiamo cercando - noi viaggiatori romantici che vogliamo sentire nella pelle il brivido di una forte emozione - un quadro paesaggistico che dicono abbracci in larga misura il canyon del Verdon e le sue torri minerali, profilando orizzonti dalle forme inquiete. La natura, maestra nel creare i più bei quadri al mondo, ha qui intinto il pennello nel rosso fuoco, impregnandovi la terra argillosa;  nel bianco candido, spennellando le rocce; nei freschi verdi per adornare gli alberi e i cespugli; nel giallo carico per regalare raggi di sole alle forsizie...
Non è forse in Provenza che grandi pittori hanno trovato la loro musa ispiratrice, colpiti proprio da questi accesi contrasti cromatici e di forme naturali?
Arriviamo al Point Sublime. E' una vertigine. Le gole scavate per un centinaio di metri si tuffano in un fiume serpeggiante verde smeraldo. Le torri di roccia tutte intorno disegnano profili sfrangiati o piramidali. Visuali appaganti e stimolanti, come un sogno appena abbozzato, che non può trovare pace fino a quando, con la presenza dei nostri passi, tracceremo percorsi giù nelle gole, o ci inerpicheremo tra i passaggi difficili tra le rocce, gustando e provando sulla pelle quello che gli occhi già hanno segnato nel cuore.
Ma questa è un'altra storia. Ad oggi il sapore del sogno...

mercoledì 29 febbraio 2012

Per le strade di Bukhara

Nella testa la melodia suonata dal duduk accende immagini di Bukhara, la città del secolo scorso, dal colore della sabbia con le cupole azzurre.
Sul profilo dell’orizzonte, al tramonto, un bambino vestito di poco, un cellulare in tasca, gioca a pallone con amici improvvisando un campo da calcio negli spazi delimitati dalle mura di antichi bazar e madrase.


Lungo una strada costeggiata di edifici che sembrano macerie, una ragazza siede sui gradini di accesso a un negozio di tè e spezie del XV secolo, con in braccio un bambino, e sorride, con i suoi occhi orientali, placida e cortese al mio passaggio.
Un omaccione si alza da uno sgabello, interrompendo le chiacchiere con un vicino, per rientrare nel gabbiotto da cui serve spezie e frutta secca ai clienti, riempiendone cartocci che poi mette in buste di plastica nera.
All’interno del bazar, al suono di melodie mediorientali, un ragazzo incide con martello e scalpello un piatto di metallo con tortuosi motivi islamici, e donne corpulente in lunghe tuniche litigano tra loro mentre mi gridano di acquistare solo i loro ricami Suzani.
Una bambina riceve istruzioni dalla madre che la spinge verso un gruppo di turisti, un’altra aiuta la propria a sistemare i meloni in vendita direttamente sulla strada.
Due donne sedute al tavolo di un ristoro locale, lungo una strada trafficata di furgoncini Daewoo e biciclette, immergono le dita nel piatto e mangiano il plov, riso e carne.
Un gruppo di ragazzi chiacchiera appena fuori da una madrasa dove si insegna il Corano, e squadra con occhi ostili il turista che, ignaro del divieto, minaccia di entrarvi.
In una madrasa di affari e commerci un uomo siede tra due botteghe a suonare uno straziante strumento a corde, un violino dal suadente lamento.
Una donna alta e grossa dall’intera dentatura dorata mi sorride orgogliosa, gambe non depilate, calzini alle caviglie e piedi nelle ciabatte, e tanti ferri in mano a intrecciare una scarpa di lana.
Dopo il tramonto si spengono tutte le luci, le strade impolverate del quartiere di case di argilla e fango sono abbandonate, restano buie, un labirinto percorribile solo alla luce di una torcia, facendo attenzione a pozzi e buche.
Nella città dove si cammina in ciabatte e i piedi sono impolverati, dove gli sguardi sono pacifici, profondi e di una cordialità sincera, le ragazze non si accompagnano agli uomini, non passeggiano gruppi di giovani. Uomo e donna non si incontrano se non c’è tra loro un matrimonio o la sua promessa. Non si parlano neanche. Tanti bambini evitano la scuola e assistono i genitori nei commerci. Non c’è cura del proprio corpo, né igiene.


Tutto quel colore, quella vita animata, quella frutta generosa accatastata ai bordi delle strade è un’abbondanza per tutti. Le strade trasudano energia, la gente è giovane. La vita è rimasta al secolo scorso, all’ombra delle moschee rivestite di ceramiche di cobalto, lascito di antichi saperi dispersi, di antichi regni costruiti sulla forza e sulla scienza. Al tramonto il sole fa brillare il loro smalto, mentre un carretto passa, tirato da un bambino.

Samarcanda, sulle orme di Tamerlano

Una romantica leggenda narra che Kand, figlia di un re, e Samar, figlio di una famiglia povera, si innamorarono, e che, in memoria del loro amore reso impossibile dal re, che uccise il giovane inducendo la figlia a togliersi la vita, gli abitanti del luogo chiamarono la città Samarcanda…
Sorta 2500 anni fa, Samarqand fu attraversata da Alessandro Magno, occupata dagli arabi musulmani, devastata da Gengis Khan nel XIII secolo per poi risorgere sotto Tamerlano e i suoi discendenti, nel XV secolo. Le glorie e le fortune avverse della città uzbeka si sono alternate nei secoli sino a quando, nel XX secolo, sotto la dominazione russa prima e sovietica dopo, un importante intervento restaurativo ha restituito splendore all’architettura tipica di questa terra, al confine tra cultura islamica e stile sovietico, alle porte d’Oriente.
È una terra di mezzo, oggi in cerca di un’identità propria, divisa nel suo aspetto ora antico ora moderno. Il sapore antico della città è trasmesso dai lasciti di Tamerlano, che, dopo la distruzione voluta dal mongolo Gengis Khan, riconquistò terre e Paesi circostanti per farla risplendere come capitale del più vasto impero islamico della storia, a cavallo tra il XIV e il XV secolo.
I suoi edifici islamici, da madrase e moschee al mausoleo in cui Tamerlano (Timur Lenk, “lo zoppo”) è sepolto, sono rivestiti di ceramica azzurra o smaltata di quel blu cobalto ereditato dalla ricetta iraniana. Gli ori di Samarcanda sono gli azzurri lucenti delle ceramiche che la rivestono, che brillano sotto il raggi del sole al tramonto. Sulle mura degli edifici storici, intarsi di piastrelle policrome raffigurano motivi vegetali, foglie e fiori, o parole nell’antica scrittura cufica.

Piazza Registan

Cuore della città antica e moderna è il Registan, piazza cinta da tre edifici dalle facciate squadrate rivestite di mattonelle policrome, sul solito sfondo azzurro: la madrasa Ulug Beg (XV secolo), lo Sher-Dor e il Tilla Kari (XVII secolo). In questa piazza dal sapore leggendario ci si sente proiettati in un passato dimenticato, appena un vago ricordo di tempi antichi, di civiltà appena sfiorate dalla nostra.
Periferica è invece la necropoli di Shah-i-zinda, cittadella-cimitero che Tamerlano volle edificare per le donne della sua famiglia, su una piccola collina. Salita la scalinata, si apre una strada lastricata, un lungo corridoio, come la via centrale di un borgo, dove le case sono cappelle funerarie dagli ingressi simili a piccole madrase, talvolta sormontate da cupole azzurre. Ancora tornano le maioliche dipinte o intarsiate con motivi islamici, su una base di smalti blu o azzurri.
Importante retaggio della fiorente età di Tamerlano è l’osservatorio astronomico del nipote Ulug Beg, di cui spicca il grande astrolabio sotterraneo. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a una porta magica verso l’avvenire, verso dimensioni sconosciute. Eppure di quel fiorente futuro che sembrava promettere il grande imperatore non resta più nulla. L’Uzbekistan odierno sembra smarrito, diviso tra la gravitazione attorno alla Russia e il recupero di tradizioni islamiche. Samarcanda trasmette anche questo disorientato presente.



Persone dall’aspetto mongolo, visi tondi e occhi scuri a mandorla, e persone dal volto slavo; persone vestite e atteggiate ora alla maniera occidentale ora in stile islamico, con lunghe tuniche, burqa, veli, e poi edifici moderni oppure case malandate dall’aspetto coloniale affacciate su strade polverose percorse da biciclette e carretti. Ora strade dell’aspetto periferico di polvere e sassi, ora contesti più cittadini, di vago gusto europeo, con marciapiedi piastrellati e negozi, come quella che porta dalla moschea di Bibi Hanim al bazar, un mercato vivace e aperto dove si vendono ceste coloratissime di frutta fresca e secca.
Nell’allegro bazar si contratta, si discute, si compra o si rifiutano offerte. E la gente sorride, facendoti sentire parte di questa famiglia multietnica ai confini tra più mondi.

giovedì 29 dicembre 2011

Highlands scozzesi

di Francesca Desiderio

Se, lasciando dietro di te gli ultimi agglomerati urbani attorno a Inverness, seguirai la motorway che si trasforma in un lungo ponte panoramico tra scenari continentali e terre nordiche, comincerai a sentir pulsare il cuore delle Highlands scozzesi.



Farai tappa a Dornoch, sabbia delle spiagge selvagge e cielo dai colori spenti e minacciosi di un deserto sconfinato di freddo, e ti inoltrerai nelle loro antiche terre oggi disabitate. Profili morbidi, a perdita d’occhio, ricoperti di un verde compatto rotto qua e là da rettangoli di pietre, tutto quel che resta del suo popolo, e piccoli laghi come fossero cave. La strada si restringerà e si farà più acciottolata, passing places ti permetteranno di non temere l’incrocio con altre macchine, episodio assai raro. La strada che sale verso nord non finirà mai, l’auto rallenterà la sua corsa su quella difficile strada e ti chiederai quale confine sperduto di terra stai mai raggiungendo; avrai timore di quell’ignoto per qualche attimo, perché segnali non ce ne saranno, né anima umana, né casa ad alleviare quella solitudine. Finché poche svolte alla tua direzione ti condurranno dove finisce la terra e comincia il mare.
In quegli ultimi lembi collinosi, scavati da un mare freddo che ne penetra per centinaia di metri le alture, vedrai i primi fiordi. E ti dovrai fermare. C’è una bellezza che non ti aspetti, lassù, capace di calamitarti e ipnotizzarti. Mi sono fermata dove la strada mi mostrava Loch Eriboll, senza più respirare davanti al luccichìo della superficie del mare calmo come un lago, stretto tra due lunghe braccia di alture verdi, che circondava, giù in basso, una penisola verde, unita alla terra da uno stretto corridoio di terra.



Tornato a ripercorrere la strada, raggiungerai Durness. Le pecore che pascolano sulla spiaggia si allontaneranno sorprese dalla presenza di un uomo, e colpito dal vento freddo ti avvierai sulla spiaggia ampia, dove roccioni neri alti un paio di metri sono lasciati a secco dalla marea bassa. La luce del sole, nell’assenza di nuvole, renderà il mare smeraldino prima del suo blu abissale, che volge dritto verso il Polo Nord. Quello che dalla strada ti parrà adeguato alle tue proporzioni fisiche, ti avvolgerà con la sua potenza, e ti accorgerai di essere polvere. Parteciperai a tanto splendore e te ne lascerai schiacciare, lo respirerai, lo abbraccerai solo con gli occhi perché ti resti impresso, per non lasciarlo lassù, dimenticato.
Il giorno dopo, sotto nuvoloni grigiastri, il ricordo dei colori marini ti sembrerà un fugace regalo del sole, una fortunata coincidenza nel breve spazio della tua visita, in questo luogo senza tempo.

mercoledì 26 ottobre 2011

Kenya. Scorci di natura e società

di Francesca Desiderio

A sud del Paese, all'altezza dell’Equatore, l’essenza dell’Africa selvaggia abita i parchi e le riserve naturali.
I Big Five (elefante, rinoceronte, bufalo, leone e leopardo), le prede più ambite dalla fotocamera del turista, popolano le praterie sconfinate del Masai Mara, collinose, verdi e macchiate da arbusti e acacie, umide e piovose nella stagione di passaggio tra l’inverno e l’estate; oppure l’Amboseli arido e polveroso, a valle del Kilimangiaro, con pozze d’acqua improvvise in cui vivono pitoni e sguazzano ippopotami ed elefanti. Aquile, pellicani, fenicotteri, aironi e giganteschi marabù affollano aree lacustri come il lago Nakuru. Furbi cercopitechi e babbuini urlatori si avvicinano ai lodge e ai campi tendati in cerca di facile cibo. Tutti timidi o abituati ai veicoli che portano persone, pur sempre selvaggi e temibili, aggressivi e meravigliosi. Da ammirare a debita distanza. Veloci nella corsa e nell’istinto, durante il giorno pascolano sparsi e disseminati, quasi stanchi e annoiati. Ogni tanto uno spostamento in massa di gnu e zebre, un leone in corsa. Una famiglia di leoni riposa all’ombra di arbusti. Il ghepardo solitario vigila sul territorio, lo sciacallo e la iena stanno all’erta fiutando scenari di caccia. Al crepuscolo e la sera si alzano le zanzare; la sera, i versi di volatili e di scimmie. Al risveglio, l’ululato delle iene appena fuori dal lodge fa gelare il sangue. E la luce del giorno, una volta dissoltasi l’umidità notturna, rassicura della pace circostante in questo deserto di vita.



Albe e tramonti di cielo fuoco, colline rocciose, terra ferrosa rossa e nera di origine vulcanica e fronde verdi allo Tsavo, dove le urla acute dei babbuini lacerano un silenzio vastissimo. Un leopardo attraversa un sentiero, forse a caccia, ma ha l’aria stanca. In meno di un quarto d’ora il sole tramonta accendendo l’azzurro del cielo sopra l’arancio del sole e il rosso ferro della ferra. Le strade sterrate e polverose si fanno pericolose nel buio che scende veloce. Nell’oscurità, a versi e grida non corrispondono più musi e ci si affretta a ripartire.
Al di fuori dei parchi, la popolazione vive in villaggi sparsi, in abitazioni in lamiera o mattoni o fango lungo le poche strade che collegano le città principali, Nairobi, Mombasa, Nakuru, Malindi. Commerci di prodotti della terra, soprattutto, ovunque si vada. E terra, polvere, animali. Come se si vivesse alla giornata. Campi coltivati interrotti da baobab, da distese desertiche, dove ogni tanto pascolano animali domati da allevatori. Bimbi in divisa e rigorosamente rapati corrono verso bassi edifici in muratura: le scuole. Donne dai colori sgargianti portano pesi sulla testa, uomini in bicicletta si assembrano lungo le strade, dove si susseguono ravvicinati bar, farmacie, officine meccaniche, hotel, tutti uguali e indistinti, tutti come resti di abitazioni, con insegne dipinte sui muri, dove gli spiazzi antistanti non sono che polvere ed escrementi di animali.
Lamu, isola a nord di Mombasa e fuori dalle rotte turistiche più scontate, è l’incontro tra cultura swahili e cultura araba. Il kenioti lo considerano un paradiso. Qui si pesca e si traghettano gli stranieri in visita, non si coltiva e non si alleva. Segni forti di un’occupazione arabo-islamica sono i burqa indossati dalle donne di colore, i vicoletti e le abitazioni coi loro androni come patii e i loro portoni pesanti. Ma la convivenza con i kenioti cristiani è pacifica, a differenza di Mombasa. Si veste all’occidentale o con lunghe tuniche arabe, si venera il Dio cristiano o Allah.



Vecchie case coloniali inglesi si affacciano sulla banchina, dove barche di legno, dall’aspetto precario, sono lasciate alla mercé delle maree. Le poche strade lastricate e le case in fango, sabbia e scheletri di corallo ospitano i ricchi del posto. Poco contano gli scarichi fognari a cielo aperto che corrono ai lati delle stradine strette o gli escrementi di asino. Feci, rifiuti, avanzi di cibo, scarafaggi e terra e si cammina anche a piedi nudi, ma con passo deciso e sguardo fiero. Sorrisi e strette di mano sono allungati ai pochi turisti bianchi, oppure si riserva loro indifferenza, nella preoccupazione per i propri affari. Mercato di frutta, cereali e legumi in compagnia di insetti e sporcizia, nei banchetti di legno e cenci. Stracci, paglia, tanfi e miasmi accentuati dal calore del giorno provocano repulsione. Ma tutto è pacifico. Ti diranno sempre pole pole (con calma) e hakuna matata (non c’è problema), con una cordialità sempre rispettosa, non invadente e mai insistente.
Poco distante, la spiaggia deserta Shela, alle cui spalle sta il paese più ricco, con case di europei benestanti in architettura locale: alte mura dalle linee verticali, nessuna decorazione e bianco brillante dei coralli usati come mattoni. Di fronte, l’isola di Manda, protetta da barriere di mangrovie.
Fieri di questa ricchezza e di questa pace, a Lamu ti serviranno e ti congederanno col sorriso. Ti dispiacerà partire e lasciare bagni scrostati e rubinetti arrugginiti, zanzariere bucate e strette di mano a chiunque te le porga. Lascerai qui la consapevolezza dei problemi concreti della vita, per quanto gli abitanti di Lamu di problemi non ne vedano. I kenioti, gente dignitosa e fiera del proprio Paese.

Da alcune settimane l’arcipelago di Lamu è sconsigliato ai viaggiatori dai Ministeri degli Esteri d’Europa a causa della vicinanza con il confine somalo e delle crescenti incursioni di rapitori somali (si ricordano quelle dell’11 settembre e del 1° ottobre scorsi). La polizia keniota si sta mobilitando per cercare di risolvere la situazione, contrastando le milizie dell’insorgenza islamista note come Al Shabaab, che rischiano di compromettere la vita pacifica della zona.

giovedì 8 settembre 2011

Le valli del Bianco

Escursioni sui 2000 in Val Ferret e Val Veny

di Alessia Delcré

Ai piedi del massiccio del Monte Bianco, nella parte italiana, spiccano due valli dall’interesse turistico e naturalistico notevole: la Val Ferret e la Val Veny. Sono le valli di Courmayeur, perla delle Alpi, cittadina vivace e meta di un consumo elitario. Se Courmayeur resta un sogno residenziale accessibile a pochi eletti, il suo contorno paesaggistico è invece godibile da chiunque ami la montagna e le attività a essa correlate. In ogni stagione è facile lasciarsi coinvolgere dagli sport en plain air, che permettono di vivere la montagna secondo differenti punti di vista.
Geograficamente, queste valli fanno parte della Comunità Montana Valdigne Mont Blanc. Con il termine Valdigne si intende la parte superiore della Valle d’Aosta, che si estende dal comune di La Salle a quello di Courmayeur, inglobando le valli laterali di Ferret, Veny e La Thuile.
Le due valli sono percorse dai due rami della Dora, che confluiscono poco a valle di Entrèves, ultima località della Valle d’Aosta prima del traforo del Monte Bianco.
Sebbene parte della stessa area geografica e naturalistica, la Val Ferret e la Val Veny sono in realtà molto diverse, sia per la loro conformazione, che per le possibilità di accesso e di attività collegate.


La VAL FERRET è caratterizzata da un paesaggio che appaga dolcemente la vista, con un versante orientale molto verde e morbido, percorso da escursionisti anche non troppo allenati. I numerosi rifugi che costellano questo lato della valle permettono di usufruire di viste impagabili sul versante occidentale, più irto e selvaggio. La balconata che percorre in quota la Val Ferret per tutta la sua lunghezza (circa 14 Km) è parte del T.M.B. (vedere nota 1). Lo spettacolo visivo include tutte le cime più alte del massiccio: sfilano da sinistra il Dente del Gigante (4013 m), le Grandes Jorasses (4208 m), l’Aiguille de Leschaux (3759 m), l’Aiguille de Talèfre (3730 m), l’Aiguille de Triolet (3874 m), il Mont Dolent (3819 m).
Lungo il fondo valle, invece, sono presenti piccoli nuclei storici, tradizionalmente non abitati permanentemente ma adibiti a rifugi di pastori. Oggi ben recuperati, rappresentano baite vacanziere e attività di ristoro per turisti. Dal punto di vista naturale, la piana della Val Ferret è caratterizzata da alcuni ambienti lacustri e contornata da boschi. Sono quindi piacevoli anche le passeggiate in piano, che permettono comunque di ammirare uno scenario alpino di rara bellezza. Le attività sportive praticabili con la bella stagione vanno dal trekking, alla bicicletta, alla pesca (la valle è percorsa interamente da un ramo della Dora), al golf, all’arrampicata...
Unica limitazione è l’ingresso con le auto, che in estate è regolamentato, ovvero limitato a un numero (circa 400) oltre al quale la strada viene chiusa e si accede tramite navetta, che offre comunque un buon servizio sia a livello di orari che di confort di viaggio.
La valle è fruibile anche d’inverno, per la pratica dello sci di fondo, mediante una pista tracciata sulla strada.
Come già detto, diversi sono i rifugi e i bivacchi in Val Ferret, qui citati in ordine decrescente di altitudine: Bivacco Ettore Canzio (3810 m), Rifugio Torino (3375 m), Bivacco Mario Jachia (3264 m), Bivacco Giusto Gervasutti al Fréboudze (2835 m), Rifugio Boccalatte (2803 m), Bivacco Cesare Fiorio (2780 m), Rifugio Cesare Dalmazzi al Triolet (2590 m), Bivacco Comino (2430 m), Rifugio Elena (2062 m), Rifugio Walter Bonatti (2025 m), Rifugio Giorgio Bertone (1979 m).

Le escursioni di seguito proposte sono quelle ai rifugi intorno ai 2000 m, praticabili con un minimo di allenamento ma senza difficoltà tecniche. Sono passeggiate fruibili da chiunque voglia approcciarsi a queste montagne con lo spirito leggero dell’escursionista (e non con l’impegno alpinistico), quindi anche da anziani buoni camminatori e famiglie con bambini (trasportati sia in spalla che lasciati camminare da soli - ho provato entrambe le opzioni, garantisco!). Il periodo consigliato è da giugno a settembre.
L’ordine di presentazione delle escursioni segue l’orientamento da sud a nord.



Al Rifugio Bertone (1979 m)
Due sono gli itinerari percorribili per raggiungere il rifugio. Il primo è il più ripido e impegnativo - consigliabile a chi ha un buon fiato e ama “sudarsi la meta”. Parte dalla frazione di Courmayeur chiamata Villair Superiore, in Val Sapin. È contrassegnato come sentiero 42 ed è parte del T.M.B. Il tragitto è interamente ombreggiato in quanto inerpica per i boschi e prevede circa 2 ore di marcia. La vista, da prima assente, si apre man mano che si sale in quota, offrendo agli occhi prima Courmayeur e la sua piana viste dall’alto e poi il massiccio con la sua scenografia di graniti e ghiacci. Scegliendo questo itinerario, ricordarsi che anche la discesa è impegnativa.
L’alternativa, più lunga ma sicuramente più abbordabile, è quella dalla Val Ferret, con partenza dopo Plampincieux (lasciare l’auto al parcheggio 3, dopo il campeggio). Il sentiero è il 31, che sale dapprima un po’ deciso tra pascoli e boschi, per poi proseguire in falso piano riallacciandosi al T.M.B. fino al rifugio.
Il tempo di percorrenza è di circa 2 ore e 30 minuti. Per i golosi, in agosto questo tragitto offre anche la possibilità di fare scorpacciate di mirtilli, fragoline di bosco, ribes e lamponi deliziosi. La vista da questo percorso, ombreggiato solo per brevissimi tratti, è appagante dall’inizio alla fine: una lunga balconata aperta su tutto il massiccio. Quasi al rifugio, una mappa disegnata su un tavolo in legno indica i riferimenti paesaggistici che si scorgono da quella postazione.
Una volta al rifugio, per entrambe le vie di salita, la vista sul Monte Bianco è predominante su qualsiasi altra veduta. S’innalza come un gigante e sembra vicinissimo, quasi a illudere di poterlo da lì raggiungere con facilità. È uno spettacolo molto appagante. Nelle giornate di sereno (il Bianco è spesso nascosto da nuvole, sembra essere molto schivo agli sguardi degli escursionisti...) si scorgono a occhio nudo le particolarità geologiche e i ricchi tratti ghiacciati che lo contraddistinguono.
Dal rifugio si vedono bene anche il dente del Gigante e il gruppo delle Jorasses.
Aggrappato su un promontorio molto interessante, il Bertone è un rifugio privato presso cui si può pranzare e dormire. Come per la maggior parte dei rifugi, è vietato il pranzo al sacco, ma basta spostarsi di pochi passi per poter consumare il proprio pic-nic su piane verdeggianti con vista maestosa sulle cime.



Dal Rifugio Bonatti (2025 m) ad Arminaz Inferiore (2033 m)
Le escursioni in Val Ferret sono molto appaganti perché permettono anche ai non esperti di ammirare tutto il massiccio del Bianco su un percorso a balconata in quota tra i 1500 e i 2000 metri. È il T.M.B., che in Val Ferret corre dal Rifugio Elena a nord fino al Rifugio Bertone a sud.
Per il tratto qui proposto, la partenza a piedi inizia dopo il borgo di Lavachey, verso il fondo della valle. Si percorre dapprima un pezzo su asfalto (il traffico è limitato a poche auto) per prendere poi il sentiero 27, che sale in pineta verso il Rifugio Bonatti. L’ombra allevia la fatica della salita. Prima del rifugio, alla biforcazione prendere a destra proseguendo sempre sul sentiero 27. Su un percorso leggermente ascendente, si passa un alpeggio (con presenza di mucche) e si prosegue fino alle baite diroccate di Arminaz Inferiore. Il panorama è vasto e piacevole. Volendo si potrebbe proseguire ancora in su, sempre su sentiero 29, verso la punta di Séchéron (il vallone verde tagliato dal torrente è molto seducente, ma si allungherebbe di parecchio l’escursione). Da Arminaz inizia la discesa, a tratti ripida e che prevede il guado (facile) di ruscelli che invadono il sentiero nella parte finale. Per chiudere l’anello si continua sempre sul 29 in piano, per percorsi lacustri fino a Lavachey. Il tragitto totale è di circa 3 ore. Questa escursione soddisfa grazie alla varietà degli ambienti che si toccano, passando per tratti di bosco, pendii assolati, zone arbustive con frutti selvatici e aree lacustri.



Per il Rifugio Bonatti (2025 m) fino ad Arpnouva (1769 m)
Il tratto iniziale è lo stesso della precedente escursione, ma in questo caso si sale fino al rifugio. Oltrepassati i boschi, l’ultimo pezzo assolato apre la vista sulle Grandes Jorasses, che si ergono proprio frontalmente. Il rifugio dispone di una grande terrazza con tavoli e panche, su cui è possibile anche fare pic-nic, oppure si può usufruire del ristorante interno (e volendo restare a dormire). I prati attigui e la vastità della zona pianeggiante invitano tutti al relax e al gioco i più piccoli. La vista è anche per questo rifugio molto appagante e vale la pena fermarsi a contemplare, meglio se con l’ausilio di un binocolo, le numerose cime.
Per scendere, si può tornare dallo stesso tragitto dell’andata, oppure allungare su balcona del T.M.B. verso l’estremità superiore della valle. All’ora di salita verso il rifugio, si aggiunge in questo caso un’ora e mezza circa per percorrere la balconata che scende infine ad Arpnouva, un gruppo di baite a 1769 m. Da qui si riguadagna la partenza con navetta o, se si ha ancora voglia di camminare, a piedi su strada asfaltata fino a Lavachey. In totale questa escursione è piuttosto lunga ma come sempre l’esperienza naturalistica appaga in pieno.



Al Rifugio Elena (2062 m)
L’ultimo tratto della Val Ferret è altrettanto suggestivo, grazie alla vista sul Ghiacciaio del Triolet e sul Ghiacciaio di Pré de Bard, che creano uno scenario bianco come contrappunto a pendii dolci e verdeggianti. Questo è l’itinerario per il Rifugio Elena, con sentiero che parte dal gruppo di baite chiamato Fondovalle, raggiungibile solo in navetta, avendo l’obbligo di lasciare l’auto non oltre Lavachey. Quindi, da Fondovalle, due sono le alternative per il rifugio: una strada sterrata carrabile, che sale molto dolcemente, costeggiando il torrente, oppure il sentiero del T.M.B., a mio giudizio molto più interessante, che si inerpica più deciso con un tempo di percorrenza di 1 ora e mezza circa. In entrambi i casi i percorsi sono assolati e con ottima vista.
La terrazza del rifugio è spesso ventosa, ma la vicinanza ai ghiacciai obbliga a un minimo di sosta di contemplazione. Il pic-nic è vietato, mentre ristorante e pernottamento sono disponibili. Il rifugio è anche un buon punto di partenza per percorsi più impegnativi verso il Col du Petit Ferret e il Col du Grand Ferret.
Per scendere, si può prendere la via alternativa non percorsa all’andata.




La VAL VENY, a sud-ovest di Courmayeur, ha un aspetto naturalistico molto diverso dalla Val Ferret: alla dolcezza e mondanità di quest’ultima contrappone scenari molto più aspri e selvaggi. È stata modellata dai ghiacciai del Miage e della Brenva e dal suo fiume, la Dora di Veny, che si congiunge nei pressi di Dolonne con la Dora di Ferret a formare la Dora Baltea.
Situata ai piedi della catena del Monte Bianco, si divide in tre parti: una testata sub-parallela alla catena del Bianco, compresa tra il Col de la Seigne (2512 m) e le pendici inferiori del ghiacciaio del Miage, con un paesaggio lacustre notevole (lago Combal); la parte intermedia (plan Veny), che presenta un tratto di valle di piana prativa attraversato dalla Dora della Val Veny; infine l’ingresso della valle, dominato dal Monte Bianco e dalla parte finale del Ghiacciaio della Brenva (1444 m). Quest’ultimo scende sul versante italiano del massiccio del Monte Bianco al cospetto dell’Aiguille Blanche e dell’Aiguille Noire de Peuterey. Con i suoi 730 ettari di estensione, la Brenva è il quarto ghiacciaio valdostano.
La Val Veny può essere percorsa in auto nei periodi estivi attraverso una strada (circa 16 Km, carrozzabile solo fino a Plan Lognan) che raggiunge La Visaille, mentre nel periodo invernale è chiusa. In estate vige la limitazione giornaliera all’ingresso delle auto nella valle, come per la Val Ferret. Lungo la strada sono localizzati punti di ristoro, alberghi, rifugi e alcuni campeggi.
La valle è punto di partenza della via normale italiana al monte Bianco (via Ratti-Grasselli) attraverso il ghiacciaio del Miage e il Rifugio Francesco Gonella. È dotata di numerosi rifugi e bivacchi, qui nominati in ordine decrescente di altitudine: Bivacco Giuseppe Lampugnani (3860 m), Bivacco Marco Crippa (3850 m), Bivacco Alberico-Borgna alla Fourche (3680 m), Bivacco Piero Craveri (3490 m), Rifugio Quintino Sella (3363 m), Rifugio Durier (3358 m), Rifugio Francesco Gonella (3071 m), Bivacco della Brenva (3060 m), Bivacco Gino Rainetto (3047 m), Bivacco Adolfo Hess (2958 m), Rifugio Monzino (2590 m), Bivacco Lorenzo Borelli-Carlo Pivano (2310 m), Rifugio Elisabetta Soldini Montanaro (2195 m), Rifugio Maison Vieille (1956 m), Rifugio Monte Bianco (1700 m).

Come per la Val Ferret, le escursioni di seguito proposte sono quelle intorno ai 2000 m, da praticarsi in estate. L’ordine di presentazione corrisponde all’orientamento da est verso ovest.



Al Lago delle Marmotte (1950 m)
Detto anche Lago del Breuillat, si trova a nord della lingua meridionale del ghiacciaio del Miage.
La partenza è sulla strada in fondo valle, nei pressi di Châlet del Miage. Da qui una strada carrabile lascia spazio poco più su al sentiero 18 per il lago. Si entra nei boschi, poi si attraversa una pietraia che fiancheggia il torrente del Miage, a tratti da guadare su comodi pietroni. Lasciata sulla destra la biforcazione per il Rifugio Monzino, inizia la parte più suggestiva del sentiero: come equilibristi si cammina sul crinale di una stretta morena che lascia alquanto impressionati. La vista spazia sulle distese circostanti di vecchie frane. La morena è invece una lingua verde che prosegue in salita fino a una conca estesa: è il lago del Miage, spesso a secco d’acqua, per via della scarsa affluenza dei torrenti che scendono dal ghiacciaio. Un pannello esplicativo sulla sponda del lago spiega chi sono e come vivono le marmotte (ma noi non ne avvistiamo nemmeno una).
Il percorso d’andata dura circa 2 ore e mezza. Il rientro viene fatto per la stessa via.
Il tragitto è particolare per la conformazione ambientale, introvabile altrove su queste valli.



Al Lago Blu (1834 m)
Lasciata l’auto in zona Châlet del Miage, si prosegue un pezzo su asfalto fino a imboccare il sentiero 17 sulla destra. Tra pinete e pietraie si sale in un’oretta al Lago Blu, interessante piccolo bacino immerso in una distesa di pini e abeti, che si ergono anche dalle sue acque. La presenza di numerosi girini testimonia la vitalità biologica del sito. Poco più a nord è visibile il Giardino del Miage, così chiamato in quanto unica lingua di vegetazione in mezzo ad aree del ghiacciaio e di pietraia. Il percorso di ritorno è per la stessa via.





Al Lago del Miage (2020 m)
La partenza è la stessa del tragitto verso il Lago Blu, ma in questo caso si prosegue su asfalto molto a lungo, spesso con il vento e comunque senza ombra. Si è intanto raggiunto il Lago di Combal, affascinante distesa lacustre immersa in un contesto di prati e orizzonti da esplorare. In lontananza spicca il Rifugio Elisabetta Soldini. Sulla destra del Lago di Combal parte il sentiero vero e proprio, il 18A, ripido seppur breve, per il Lago del Miage. Lasciato il bar-rifugio Combal alle spalle, si scarpina fino a raggiungere una piana, in quota 2020 m, che lascia senza fiato. Il lago si è formato nel corso del tempo dalla caduta di materiale ghiacciato, che si è sciolto, creando questi bacini che appaiono grigi alla vista, proprio perché di derivazione glaciale. A lato, altri bacini di color turchese intenso sono quelli di formazione torrenziale. Il contrasto cromatico è notevole e suggestivo. Il ghiacciaio del Miage, che arriva con le sue lingue fin sul lago, lascia cadere perpetuamente pezzi di ghiaccio che con tonfi si buttano nelle acque. Il fenomeno era molto più rimarcato nel passato recente, quando non era raro assistere al distacco di enormi pezzi dal ghiacciaio in caduta nel lago; oggi purtroppo il ritiro dei ghiacciai dovuto all’innalzamento climatico ha reso anche questo evento molto più contenuto, e i distacchi sono esigui e poco rumorosi. Ciononostante, il ghiacciaio del Miage resta oggi il più grande ghiacciaio valdostano: si estende per 1100 ettari su una lunghezza di oltre 10 km.
Questa escursione, di bellezza surreale, dura circa 2 ore di andata. Si rientra per la stessa via.



Al Rifugio Elisabetta Soldini (2195 m)
Stessa partenza con auto lasciata in località Châlet del Miage e tragitto a piedi su strada asfaltata fino al Lago di Combal. L’acquitrino viene affiancato per tutta la sua lunghezza dal sentiero 12, per cui si ha la possibilità di esplorare appieno l’ambiente lacustre e di osservare le numerose piante acquatiche che lo popolano. Il percorso prosegue in falso piano tranne che per l’ultimo tratto, in cui arrampica deciso verso il rifugio. Si tratta comunque di un’escursione interamente sotto il sole ed esposta al vento, e la vista di questa strada lunga che non sembra mai aver fine ha il gusto dolce-amaro di un pellegrinaggio in cerca di un’affermazione. Il premio è effettivamente l’arrivo al Rifugio Elisabetta: lo spettacolo a 360° sui ghiacciai e sulle Pyramides Calcaires alle spalle è notevole. Dal punto di vista geologico, le numerose sfumature dei minerali presenti nelle rocce, materia predominante il paesaggio, è già di per sé una scoperta. La vista dal rifugio è a perdita d’occhio: si arriva a vedere l’inizio della valle, a chilometri di distanza.
Il rifugio, come sempre, dispone di ristorante e posti letto. Il tragitto di sola andata dura circa 3 ore. Per rientrare, si può deviare nel primo tratto salendo ancora leggermente per il sentiero 12 (costeggiando le Pyramides Calcaires) per poi riguadagnare il sentiero in discesa, lungo ma facile, verso il punto di partenza.




NOTE:
(1) T.M.B. = Tour du Mont Blanc. È un trekking spettacolare che si snoda intorno al massiccio del Monte Bianco, attraverso i territori italiano, svizzero e francese, e regala, a chi lo percorre, i panorami unici della catena più alta d’Europa: severe pareti rocciose, ghiacciai incombenti, lunghe morene ghiaiose, pascoli e praterie. L’itinerario si sviluppa per quasi 170 km ed è percorribile in circa 10 giorni di cammino; entra in Valle d’Aosta dal col de La Seigne e prosegue nell’alta Val Veny, fino al rifugio Elisabetta, da dove scende al Lago di Combal. Il tracciato sale poi agli alpeggi dell’Arp Vieille, proseguendo con un panoramico saliscendi fino al Lago Chécrouit e al Rifugio Maison Vieille, prima di giungere nel fondovalle, a Dolonne e a Courmayeur. Dal paese il percorso sale al rifugio Bertone, quindi percorre tutta la Val Ferret su un sentiero a mezza costa. pervenendo dapprima al Rifugio Bonatti e poi, proseguendo in direzione della testata della Val Ferret, al Rifugio Elena, per risalire verso il col du Grand Ferret, al confine elvetico. In Svizzera, il tracciato tocca le località di La Fouly e Champex ed entra quindi in Francia dal Col de la Balme; transita nei pressi di Chamonix e Les Houches e valica, infine, il col de la Croix e il col de La Seigne per rientrare in Valle d’Aosta.

mercoledì 24 agosto 2011

Norvegia, nella regione dei fiordi

di Francesca Desiderio


Il Sognerfjiord è attraversato da una vivace luce di inizio estate. Il mare resta intrappolato nel labirinto di montagne verdi di conifere e si coglie appena un cenno di sale nell’aria. Balestrand, gioioso paese sulle sue sponde, è gioiosamente esposto al sole e guarda verso le altre diramazioni del fiordo, smeraldo placido. D’estate il sole non tramonta nelle ore serali e il verso di gabbiani giocosi riempie l’aria. Nella calma di fine giornata, nella tranquillità di questo immobile crepuscolo regna tutta la vita del fiordo, nei grossi fiori colorati, nei tetti spioventi delle casette basse di legno, nel volo degli uccelli, nella vegetazione alpina a pochi metri dal mare... un mare senza onde come non ho mai visto, conficcato nelle insenature nelle montagne come fosse un lago, senza che si agiti il vento e che si respiri salsedine. Tutto intorno è verde, è sorriso. Il sorriso garbato della vita.
Nella regione dei fiordi, dal mare ai ghiacciai il passo è breve. I ghiacciai si estendono già a 1000 metri sopra il livello del mare, e le loro lingue scendono fino a poche centinaia di metri dall’imbocco di un fiordo. Le strade che li raggiungono sono curve, strette, si inerpicano con curve a gomito sulle montagne e sono interrotte dalle tante ramificazioni dei fiordi, che impongono di traghettare l’auto.
Il ghiacciaio Kjenndalsbreen è una lingua del più grande Jostedalsbreen, e scende ripida fino al lago Lovatnet. Ai lati della strada che costeggia il lago, montagne a picco sull’acqua e cascate dalle altezze sorprendenti: punti fermi dei panorami norvegesi. Ai piedi del ghiacciaio dalla pendenza scoraggiante, la valle a U modellata dal tempo, dove domina il verde rassicurante di una vegetazione alpina a due passi dal mare.

Su su per una stradina in salita, stretta, in massima parte sterrata, con margini non protetti, ai lati di un torrente in veloce corsa verso il basso, si raggiunge un’altra spianata verde, una larghissima valle a U che pare un altopiano, dove giacciono poche casette di legno rosso e il fiume azzurro prima che precipiti verso il basso. Alla fine di questa vasta e pacifica piana così grandemente esposta a vento e sole sempre alto, si raggiunge un’altra lingua di ghiaccio, il Bødalsbreen. Il vento sferza a una tale velocità che diventa difficoltoso anche solo scavalcare i roccioni ai suoi piedi.
La cosiddetta “strada delle pietre” sale ripida per tornanti che costeggiano cascate fino a cime innevate, lasciandosi alle spalle un panorama montano a picco sul mare, quindi percorre un altopiano di muschi, chiazze di neve, cime montuose e laghi ghiacciati, appena acquosi sulla superficie. In questo silenzio lunare la temperatura è molto bassa. Il paesaggio e l’aria sono invernali. Raggiungo la cima del monte Dalsnibba, 5km di curve fino a 1470 metri, per ammirare, oltre nebbie sparse e cielo carico di umidità, il fiordo sottostante: il Geiranger. Scenario vertiginoso, inquietante e spettacolare, patrimonio dell’UNESCO, stretto tra monti alti e generosi di acqua e vegetazione. Dal mare, nel cuore del fiordo, serve una breve navigazione per coglierne da vicino la bellezza, il suo sviluppo verticale, il senso di vertigine prodotto dalle pareti sul mare e dalle cascate: le “Sette sorelle”, sette sorgenti di acqua ravvicinate che si tuffano nel mare, e il “Velo della sposa”, acqua gassosa e volatilizzata, polverizzatasi nel suo infrangersi sulla parete di roccia, a formare un sipario di chiffon, appena un velo trasparente, evanescente, dietro cui si scorge la roccia. Sulle pendici delle montagne, vecchie fattorie abbandonate, perse nell’umida solitudine di quelle altezze.

lunedì 4 luglio 2011

Istanbul, sotto il velo la magnificenza

di Alessia Delcré

Istanbul, vivace metropoli con un ricco bagaglio storico, punto di incontro tra Oriente e Occidente, si presentava nel mio immaginario come una città magica, anche se la presenza di una religiosità così radicata come quella islamica creava veli di diffidenza che faticavo a sollevare.


L’arrivo all’aeroporto internazionale Sabiha Gökçen a Pendik/Kurtköy, sulla sponda asiatica, è una piacevole sorpresa: ordinato, moderno, l’aeroporto è dotato di apparecchiature di controllo sofisticate. Il tempo che accoglie me e i miei compagni di viaggio - siamo a metà marzo - è altrettanto inaspettato: nevica. Un autista ci attende all’uscita per accompagnarci in hotel, situato nel quartiere di Sultanahmet, cuore storico della città. Durante il trasferimento catturiamo incuriositi i primi scenari che sfilano ai nostri sguardi. Strade ampie, caselli autostradali, automobili molto simili a quelle europee, e sullo sfondo nuclei di città fatti di palazzi, zone boschive, luci che punteggiano la sera.
La neve continua a cadere, ma i fiocchi diventano mano a mano più radi fino a perdersi nel blu della notte. L’autista è silenzioso, noi turisti invece molto rumorosi per l’eccitazione di questo viaggio.
Superiamo due ponti, attraversando prima il Bosforo e poi il Corno d’Oro. Il traffico diventa più intenso, gli edifici assumono connotati storico-architettonici più definiti. Le prime moschee svettano sullo sky-line della città con i loro minareti. Da queste alte colonne a punta viene diffuso cinque volte al giorno l’adhan, il richiamo alla preghiera, da un muaddin, persona scelta per le sue qualità vocali e soprattutto morali. Lo sperimentiamo di persona la mattina seguente, quando verso le 5.00 lo sentiamo chiaramente dalla nostra camera d’hotel; è un buon inizio per immergersi nel clima del posto.
La fede islamica è molto sentita e praticata a Istanbul, e la presenza di decine di moschee attive disseminate in tutta la metropoli testimonia l’intensità della professione religiosa. La visita alle moschee è senz’altro uno degli aspetti più interessanti della città. L’accesso è in genere consentito anche ai non credenti, nel rispetto degli orari di preghiera e di alcune norme comportamentali.



Nel silenzio è più facile lasciarsi condurre dalle proprie sensazioni intime e saper apprezzare elementi architettonici tanto aggraziati. I colori vivaci e i motivi floreali e calligrafici delle piastrelle islamiche sono messi in risalto da costellazioni di lanterne, che paiono invitare le singole spiritualità ad adunarsi in preghiera. Nelle moschee si prega seduti o in ginocchio su vasti tappeti, il corpo e lo sguardo protesi in direzione della Mecca, come prescritto dal Corano.
In origine, quando Maometto confidava di riuscire a convertire all’islam la comunità ebraica, il profeta aveva prescritto di volgersi a Gerusalemme; la mancata risposta di quest’ultima, tuttavia, modificò la direzione della preghiera, e La Mecca, luogo frequentato dai Pagani, diventò il nuovo punto di riferimento. (1)
Mi perdo a osservare con quale raccoglimento i fedeli, pur nel via-vai turistico, siano assorti nella preghiera. Si tratta comunque sempre di uomini: alle donne non è permesso pregare nelle aree centrali e soprattutto unirsi al gruppo degli uomini. Le si vedono radunate in disparte, dietro a cancellate ai lati delle sale, il capo chino coperto da veli colorati, silenziose e umili nella loro sottomissione.
La separazione dei sessi è riscontrabile in ogni ambito della vita sociale. I bar e i locali di ritrovo sono frequentati solo da uomini, e per strada le donne formano gruppi che ben si distanziano dalle chiacchiere maschili. Il ruolo che la società islamica impone al gentil sesso è confinato all’interno delle mura domestiche, ma la donna è comunque il fulcro della vita famigliare, non solo perché in prima linea nella conduzione della casa ma in quanto responsabile della crescita dei figli e confidente di tutti i membri della famiglia. Uno status, questo, stabilito fin dall’epoca ottomana, quando figure femminili di spicco influivano da dietro le quinte sulle decisioni politiche e amministrative dei sultani, pur restando confinate nel mondo ovattato dell’harem. Basti pensare che erano le madri dei sultani a scegliere le concubine e a permettere o meno a queste ultime la scalata sociale per diventarne le predilette. (2)

La moschea più conosciuta e penso anche la più affascinante è quella di Sultan Ahmet, ordinata dal sultano Ahmet I (1603-1617), meglio nota come La Moschea Blu, per via delle migliaia di piastrelle blu presenti al suo interno.
Per grandiosità e bellezza essa rivaleggia con la vicina basilica di Aya Sofya, fatta costruire dall’imperatore Giustiniano (527-565) come edificio di culto cristiano. In seguito trasformata in moschea, è oggi visitabile come museo.
Altri imperdibili tappe turistiche restano la Cisterna Basilica, antico acquedotto bizantino completamente sotterraneo, opera anch’esso di Giustiniano (532) e il Palazzo Topkapi, iniziato a costruire nel 1453 su ordine di Mehmet il Conquistatore, poi dimora di numerosi sultani fino al XIX secolo, oggi museo con collezioni pregiate di antiche vesti dei sultani, armature e tesori regali.
Queste e numerose altre costruzioni di rilievo fanno di Istanbul un bazar storico e culturale vivo, che si svela ad ogni angolo di strada.



Una visita a piedi su e giù per le colline di Istanbul vale la pena anche per entrare in contatto con la gente e le sue tradizioni, ancora ben radicate nonostante l’occhio sia voltato verso la modernità. La metropoli turca è stata scelta nel 2010 come una delle capitali europee della cultura, e questo evento di pregio le ha dato la spinta per rinnovarsi e restaurare importanti monumenti altrimenti destinati alla rovina.
Oggi la vita culturale è molto vivace, grazie alla continua inaugurazione di mostre, musei, programmi di feste e manifestazioni in tutto l’arco dell’anno. Dal 2005 sono in corso anche i negoziati di adesione della Turchia all’Unione europea. Intanto, la coinvolgente energia della città continua a farsi sentire. La si evince nelle fiumane di cittadini e turisti che riempiono le strade. Nei colori, profumi e forme invitanti di dolciumi, cumuli di spezie e altre prelibatezze gastronomiche in bella mostra nei carretti ambulanti o dietro le vetrine. Negli attraenti oggetti di un ricco artigianato locale - tappeti, ceramiche, tessuti, lampade... - che mostra cura per il dettaglio e sapiente continuità della tradizione. Nelle multiple attività economiche in prevalenza commerciali, a volte anche bizzarre o introvabili nella società capitalista europea, che danno l’idea di una popolazione che non si scoraggia di fronte alla pesantezza o all’umiltà di certe professioni. Nella grande attenzione infine per l’aspetto religioso delle nostre esistenze, sempre alla ricerca di una fede a cui ancorarci saldamente, ma che spesso si fa fatica a trovare.






NOTE E RIF. BIBL.:
(1) Centro Studi sull’Ecumenismo, Cultura, cività e teologia nell’islam, a cura di Alessandro Gamba, Marinetti, Torino 2003
(2) L’altra metà della luna. Capire l’islam contemporaneo, a cura di Laura Cabria Ajmar e Marina Calloni, Marinetti, Torino 1993

giovedì 26 maggio 2011

Amman e Petra. Giordania tra presente e passato

di Francesca Desiderio

Dalle alte quote dell’aereo in volo il panorama abbraccia una distesa di appezzamenti sabbiosi, solcati da strade lunghissime, come linee rette. I vapori che esala il deserto velano l’aria, la ispessiscono visibilmente. Una volta atterrati ad Amman, la luce, stancante, ammalia; la calura intontisce e incanta, favorita dalla litania del muezzin, che richiama ovunque alle preghiere quotidiane. “Welcome in Jordan!”, qualcuno ti dirà.
L’architettura urbana di Amman “la bianca” è sregolata e grezza: palazzi monoformi, parallelepipedi o cubi in pietra bianco-grigia, talvolta parzialmente crollati o solo non completati, come fossero caduti sotto i bombardamenti. Alta, sopra le case, sventola una bandiera nazionale lunga circa quaranta metri, collocata entro le mura del palazzo reale. Strade trafficate, disordinate e brulicanti di vite mediorientali indaffarate nei commerci.
Figure minute di ragazze sono avvolte con sensualità in magliette coprenti e aderenti, e indossano jeans e scarpe all star secondo la moda occidentale; signore più mature, o forse solo sposate, si muovono sicure sotto lunghe tuniche, ma altrettanto sensuali, velo in testa, testa alta. Lo sguardo maschile è discreto, nonostante i miei capelli e le mie braccia siano scoperti. Un negoziante mi offre gratuitamente una bottiglia di acqua; un tassista mi chiede meno del previsto per ricondurmi in albergo: l’accoglienza giordana è di una disponibilità inaspettata, semplice e garbata.
La città bassa è il cuore pulsante di Amman: il fulcro è la moschea al-Hussein bin-Talal, dall’ingresso vietato agli “infedeli” e il minareto aguzzo; il teatro romano vicino, centro dell’antica Philadelphia, è pressoché intatto, contrariamente alle vestigia del Tempio di Ercole, della Basilica bizantina e del Palazzo degli Omayyadi sulla cittadella. Da questa piccola altura si può cogliere Amman “la bianca” in tutta la sua estensione, adagiata su rilievi polverosi e arsi da un generoso sole.
Fuori dal passato, trovo maggior agio nei suoni e nelle voci di un centro trafficatissimo, tra auto e passanti, attraversato da una strada principale su cui si affacciano in stretta successione negozi di abbigliamento, calzature e biancheria, che espongono sfacciatamente la mercanzia su metà dei marciapiedi. In una via defilata, al lato della moschea, si addensano persone; le seguo e mi inoltro in un mercato colorato di frutta e verdura: tante piramidi di ogni bene prodotto dalla terra, banchi generosi e traboccanti, e venditori che chiamano, urlano, maneggiano le merci con velocità e destrezza.

Lontano dal centro, lungo reticolati stradali recenti ma pur sempre polverosi e percorsi da autisti audaci, si costruiscono quartieri nuovi, ville alla moda ritenute di gran lusso dagli abitanti della città. Di sera, anche le luci della nuova Amman offrono la vista di una città moderna, soprattutto nelle architetture degli hotel di lusso frequentati da turisti stranieri o grandi petrolieri. Lo scarto con l’assenza di colore e la fatiscenza diurna è però eccessivo; la ricchezza è solo un’illusione.
La quotidianità poco idilliaca, tuttavia, non spegne la spiritualità di questo paese e della sua gente, spiritualità che si avverte come un’esigenza, si respira per le strade, si percepisce nei gesti e negli sguardi, fa accettare tutto con il sorriso e senza ansie, e non si lega ad alcuna religione particolare. “Inshallah”, “se Dio vuole”, è la risposta agli inviti, alle proposte, e racchiude in sé tutta la pazienza con cui si accetta il trascorrere del tempo, il susseguirsi eterno di vita e morte. A pochi chilometri da Amman, sul confine con Israele, sorgono luoghi di biblica memoria, si contemplano orizzonti sul lago di Tiberiade, sul Giordano, dal Monte Nebo. In questa atmosfera di calma pacifica, i confini con Siria e Israele a un passo dai rilievi giordani si direbbero facilmente valicabili, e non si avverte la tensione militare dell’intera area geografica.
Lungo le strade che attraversano la Giordania da nord a sud, la foschia dei caldi vapori desertici vela un orizzonte di rilievi corrosi dall’arsura, canyon e roccia pronta a sgretolarsi in ciottoli. Sulle colline attorno ai centri abitati e alle città minori si respirano profumi mediterranei di ulivi, ma la Giordania è in larga parte terra di sabbie. A sud, in particolare, dove la luce ha un’intensità capace di ferire gli occhi, la sabbia è ruggine e il tempo è assente. Gli antichi graffiti rupestri nel deserto dello Wadi Rum sono attuali quanto me. A distanza, le guide locali in tunica bianca mi aspettano annoiate, con le braccia conserte, appoggiate alle gobbe dei loro cammelli.
Tutto prelude a Petra, la storica capitale dei Nabatei, in una valle arida di Giordania al centro di antiche vie commerciali tra il Mediterraneo e l’Iran, tra l’Arabia e la Siria. Sono resti rocciosi di una grande città scavata nei rilievi di arenaria spaccatisi per effetto di terremoti, tanto da formare gole profonde, spesso strette e labirintiche, verso il confine con Israele. È il volto più noto della Giordania, per quanto il presente di questo paese nulla condivida con questo passato.
Per accedere alla città nabatea, capitale del regno sorto intorno al IV secolo a.C., i suoi prudenti fondatori vollero che il visitatore scendesse tra pareti di roccia, il Siq, passaggio stretto che ne proteggeva i tesori. Al termine della gola, quando la curiosità è al suo culmine, una luce accecante fende improvvisamente l’ombra della gola e svela il primo “tesoro” di pietra: il Khaznat (Tesoro), la cui facciata lascia pensare a un tempio o a un palazzo reale. È la tomba di un re nabateo del I secolo d.C. scolpita nella roccia: è una celebrazione dell’arte della scultura, nell’ispirazione egizio-greco-romana della sua architettura.
Il passaggio attraverso un’altra breve gola consente di penetrare nel cuore dell’antica città, gelosamente custodita in una vallata. Si susseguono architetture di un vecchio centro urbano, palazzi e tombe ricavati dalle montagne dove oggi trovano rifugio venditori ambulanti o nomadi. Sono facciate imponenti, di tombe eminenti. La luce si rifrange sulla roccia esaltandone la grandiosità, accendendone i rossi dell’arenaria.
Alla sinistra del percorso polveroso, ai piedi del monte Nejr, mi sorprendono i resti di un grande anfiteatro romano del II secolo d.C., che ancora testimonia la mistione tra tutte le culture che hanno attraversato questa regione di scambi tra Oriente e Occidente.
Cave ora scavate dall’uomo, ora naturali prodotte dall’azione di vento e acqua, svelano colori ipnotici; le rocce multistrato vanno dall’ocra al blu, e al variare della luce cambiano tonalità, come in un caleidoscopio creato ad arte.
Giovani giordani offrono ai turisti un passaggio sui loro animali, spesso maltrattandoli per incalzarli alla corsa polverosa tra rovine che non degnano più di uno sguardo.
Poco più avanti, sulla destra, una scala nella roccia conduce alla Tomba dell’Urna, la prima delle tre Tombe Reali, edificio appartato, adibito a chiesa nel V secolo d.C., con uno spiazzo-sagrato che si affaccia, dall’alto, sull’intero percorso che dalla necropoli porta al cuore della città.

Su una piccola collina poco oltre, restano rovine di una chiesa bizantine: tracce di colonne e uno splendido pavimento mosaicato. Una composizione quasi perfetta, seppur sbiadita dal tempo, sopravvissuta alla luce tanto intensa e alle sferzate sabbiose del deserto.
Raggiungo il Foro, con i suoi templi e il colonnato che lo delinea, a meglio definire spazi esposti alla violenza distruttiva del tempo. Al termine della strada centrale, delimitano il Foro le vestigia di un massiccio portone in pietra. Lo supero e mi volto per dare ancora uno sguardo alla città scavata nella roccia, in lontananza.
La strada torna a inerpicarsi sulla montagna, passando per strette gole. Affronto mille gradini come un pellegrino penitente verso l’ultimo luogo sacro della valle, l’altopiano dove finisce la città: il Deir (Monastero). Così è chiamato quel che in realtà fu un tempio. Facciata imponente, nuovamente ricavata dalla roccia, nel medesimo stile greco-romano che caratterizza il Tesoro. La facciata guarda a Ovest, in direzione di Israele, a Sud si scorge la cima su cui è posta la tomba di Aronne, a Nord la Piccola Petra, caravanserraglio costruito ancora nella roccia. Gole e rocce sembrano cumuli di sabbia bagnata, smussate e arrotondate dal tempo.
In questa gola dove la luce gioca coi colori via via che il sole si alza o tramonta, si perdono le coordinate del luogo, e si respirano sabbia e aria sacra di una dimensione remota, persa nel tempo.