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lunedì 30 aprile 2012

Tablet & Pen

Literary landscapes from the modern Middle East

di Alessia Delcré






Titolo: Tablet & Pen,
literary landscapes from the modern Middle East
(Penna e tavoletta, panorami letterari
dal moderno Medio Oriente)
Autore ed Editore: Reza Aslan
Anno di pubblicazione: 2011
Pagine: 657












Penna e tavoletta
(poesia)

Non smetterò di dar voce a questa penna ma continuerò
a tener vivo il ricordo di ciò che avviene nell'anima,
a raccogliere i modi in cui si esprime l'amore,
a mantenere rigogliosa questa età
che si inaridisce come i deserti.


Anche se il dolore di questi giorni
deve diventare sempre più acuto,
e i tiranni non rinunciano alla loro malvagità,
io subisco i loro amari sbagli senza alcun rimorso,
visto che il respiro che si spegne
nutrirà ogni malanno.


Intanto l'osteria è ancora aperta,
con il suo vino rosso, cremisi come i freddi
e alti muri del tempio.
E il sangue riempie nel frattempo le mie lacrime
e le fa brillare, dipingendo con ogni goccia
l'amato roseo sorriso.


Che gli altri vivano con calma e pace indifferente.
Io ascolto i tormenti della terra
e non smetterò mai di ascoltarli.

- FAIZ AHMED FAIZ -
Pakistan


Le gesta dell'umanità, così come le abbiamo imparate sui libri di scuola,  sono in effetti un racconto a senso unico, in quanto - si sa - la storia è sempre stata scritta dai vincitori.
E' contro questo grande inganno che si batte l'autore di Tablet & Pen,  proponendo in questo contesto una vasta raccolta letteraria scritta da popoli sottomessi.
Siamo nel XX secolo, in Medio Oriente. Contro l'imperialismo occidentale, tante voci si alzano a testimoniare e a contestare in versi e in prosa violenze e soprusi. Sono parole toccanti, pronunciate in diverse lingue, mai tradotte prima per un uso occidentale.
Grazie all'appoggio di editori mediorientali - Michael Beard per l'arabo, Sholeh Wolpé per il persiano, Zeenut Ziad per l'urdu - Reza Aslan - già attivo come insegnante, scrittore, editore e studioso di religioni - ci offre un buffet veramente straordinario in cui i sentimenti sofferti di un vivere ai margini sono le spezie dai sapori forti di piatti multiculturali, che finalmente ci aprono finestre su stili di vita,  quotidianità ed esperienze diverse da quelle finora imparate.


Traduzione della quarta di copertina
I Paesi che si estendono lungo gli ampi orizzonti del Medio Oriente - dal Marocco all'Iran, dalla Turchia al Pakistan - vantano diverse culture, lingue e religioni. Eppure, il panorama letterario di questa parte dinamica del mondo è stato unito non da confini e nazionalità, ma da una comune esperienza di imperialismo occidentale.
Profondamente consapevole delle cicatrici raccolte lasciate da un retaggio della dominazione coloniale, l'acclamato scrittore Reza Aslan, con un team di tre redattori regionali e settantasette traduttori, dimostra chiaramente con Tablet & Pen come la letteratura può, in realtà, essere utilizzata per foggiare le identità e servire come una cronaca straordinaria delle disgregate storie di questa regione.
Attivo in Words without borders (Parole senza frontiere), associazione che promuove lo scambio internazionale attraverso la traduzione e la pubblicazione del meglio della letteratura mondiale, Aslan ha volutamente collocato questo volume nel XX secolo, al di là dei confini familiari del passato ottomano, ritenendo che gli scrittori che sono emersi nelle ultime centinaia di anni non abbiano ricevuto la degna lode. Questa collezione monumentale, di quasi duecento pezzi, tra racconti, romanzi, memorie, saggi e poesie - molti dei quali presentati in lingua inglese per la prima volta - espone opere tradotte da arabo, persiano, urdu e turco. Organizzato cronologicamente, il volume abbraccia un secolo di letteratura - dal famoso poeta arabo Khalil Gibran ai premi Nobel Naguib Mahfouz e Orhan Pamuk, dal grande poeta siro-libanese Adonis alla gran dama della fiction Urdu Ismat Chughtai - collegata dalla straordinariamente ricca tradizione di culture illuminate, troppo spesso ignorate dal canone occidentale. Spostando la percezione americana del mondo mediorientale lontano da religione e politica, Tablet & Pen evoca gli splendori di una regione attraverso la voce dei suoi narratori e poeti, la cui letteratura ci racconta una storia urgente e liberatoria. Con una ricchezza di informazioni contestuali che posiziona il testo tra l'ampiezza storica, politica e culturale della regione, Tablet & Pen è un libro trascendente, da divorare dall'inizio alla fine, come un'unica corposa narrazione.

Reza Aslan è professore di scrittura creativa alla University of California di Riverside; è l'autore di No god but God (Non dio ma Dio) e di Beyond Fundamentalism (Al di là del Fondamentalismo). Vive a Los Angeles. Per maggiori informazioni, visitare il sito www.rezaaslan.com.

mercoledì 4 aprile 2012

The Company. The Story of a Murderer


di Francesca Desiderio


Titolo: The Company. The Story of a murderer (La comunità dei naufraghi. Storia di un assassino)
Autrice: Arabella Edge
Editore: Picador, GB
Anno di pubblicazione: 2000
Pagine: 371
Lingua: inglese


The Company è la storia romanzata di un ammutinamento e di un massacro realmente accaduti nel 1629. Protagonista della macabra storia è Jeronimus Cornelisz, speziale esperto di polveri, droghe, preparati, di cui fa uso illecito per soddisfare richieste nella ricca e corrotta Amsterdam della prima metà del Seicento.
Formato durante l’adolescenza da Torrentius, amato mentore che lo inizia ai segreti della chimica, del cinismo e del libertinaggio intellettuale, esercita la propria arte fino alla condanna all’esilio per stregoneria e atti di magia. Si imbarca sulla Batavia, nave della Compagnia olandese delle Indie orientali, diretta verso le colone olandesi d’Indonesia.
La brama di impadronirsi del carico di oro e argento lo induce a escogitare con il capitano un piano per avvelenare gli oltre trecento passeggeri, ma, prima di riuscirci, la nave si incaglia in una barriera corallina al largo della costa australiana. I passeggeri vengono portati in salvo su un’isola, mentre il comandante della compagnia e il capitano si allontanano su una scialuppa in cerca di salvataggi. I superstiti, convinti della filantropia insita nel suo mestiere di speziale, investono Jeronimus del titolo di “capitano-generale” dell’isola, ma l’uomo, intimamente convinto della propria predestinazione al potere e alle fortune, approfitta della fiducia concessagli e instaura via via un regno personale.
Subdolo e ambizioso, pianifica di ridurre il numero dei sopravvissuti per razionalizzare le risorse. Lascia credere che un gruppo di persone mandate in ricognizione nelle isole vicine vi abbia trovato acqua dolce, e convince numerosi naufraghi a lasciare l’isola madre. Induce i restanti a rispettare le regole del consiglio da lui presieduto, arrogandosi il diritto di giudicare e condannare, grazie al sostengo di pochi fedelissimi. Dopo i primi omicidi per eliminare compagni divenuti sempre più sospettosi e scomodi, i fedeli seguaci praticano assassinii e violenze in modo sempre più spudorato, con il pretesto di mantenere l’ordine. Stupri, processi improvvisati, pene capitali decimano il numero dei naufraghi e non scalfiscono in Jeronimus la convinzione di essere un’anima buona, meritevole di riconoscenza per aver salvato tante vite, soprattutto quella di Lucretia, donna che mai cederà al suo corteggiamento, nonostante le attenzioni ricevute.
Jeronimus rigetta ogni accusa di violenza e si crede nel giusto, deride i credenti e irride al loro dio esaltando la libertà personale, in un crescente delirio di onnipotenza.
Intenzionato ad accordarsi con i naufraghi di un’altra isola per spartire le risorse divenute più scarse, si reca sull’isola a bordo di una zattera e lì viene catturato, proprio mentre sopraggiunge una nave di salvataggio capitanata dal comandante della Batavia.
Jeronimus sarà processato sull’isola stessa, condannato all’amputazione delle mani e all’impiccagione.


Note sul libro
L’autrice romanza abilmente un storia macabra per indagare sulla depravazione umana, offrendo dettagli storici e producendo un quadro psicologico di un uomo egocentrico, megalomane, carismatico e convinto della fondatezza del proprio pensiero e delle proprie azioni.

The Company. The Story of a Murderer è stato il primo romanzo di Arabella Edge, scrittrice nata a Londra e residente in Australia da circa vent’anni. Il libro, pubblicato nel 2000, è diventato un best seller in Australia, dove ha vinto nel 2001 il Commonwealth Writers’ Prize come miglior libro dell’Asia sudorientale e Pacifico meridionale.


Traduzione della quarta di copertina
Io, Jeronimus, preparo fiale e misuro polveri su bilancini di bronzo, distillo pozioni, mercanteggio oppio e arsenico. Damerini e imbellettati di Amsterdam mi cercano a frotte per rimediare cure, elisir d’amore, interventi per abortire figli bastardi e, ovviamente, veleni. Ah, i valeni…

The Company è basato sulla vicenda storica della Batavia, nave della Compagnia olandese delle Indie orientali affondata al largo dell’Australia occidentale nel 1629. Jeroninums Cornelisz, speziale trentenne, crea un brutale mondo anti-utopico a spese dei sopravvissuti, decimandone progressivamente il numero con inganni diabolici e scorte di arsenico.
Bagnata dal sangue di innocenti e malvagi, la comunità dei naufraghi sprofonda, con il peso della storia, nel cuore delle tenebre.

mercoledì 26 ottobre 2011

The Rugged Road (Il viaggio accidentato)

di Francesca Desiderio



Titolo: The Rugged Road (Il viaggio accidentato)
Autrice: Theresa Wallach, a cura di Barry M. Jones
Editore: Panther Publishing Ltd
Anno di pubblicazione: 2011 (seconda edizione)
Formato: cm 15,5x23,5 brossura
Pagine: 175
Lingua: inglese


Sul finire del 1934, due donne inglesi esperte di ciclomotori hanno l’idea di raggiungere il Sudafrica in motocicletta, e così, dopo aver trovato sponsorizzazioni e aver informato le autorità, partono da Londra in sidecar per attraversare l’Africa e raggiungere Città del Capo. Le due sono messe in guardia da chiunque incontrino nel lungo viaggio, in Europa e in Africa stessa. Il continente africano è colonia europea, la cartografia di alcuni suoi territori è ancora incompleta, imperversano malaria ed epidemie e le vie del deserto e dell’Africa nera sono ancora scarsamente battute. Inoltre, due donne sole, per di più a bordo di un mezzo a due ruote, di rado si cimentano in imprese sportive ed esplorative insieme.
Eppure, Theresa Wallach e Florence Blenkiron raggiungono Città del Capo nel luglio 1935, dopo 9 mesi e 14 mila miglia di viaggio nel deserto ostile, nell’umida giungla, nella terra dei leoni e nelle pericolose savane, dopo guasti al sidecar e difficoltà nel riconoscere i tracciati, ma sempre benvolute e accolte in cittadine, avamposti coloniali, missioni religiose e villaggi di nativi.
Il libro è il resoconto scritto da Theresa Wallach, che dedica spazio alla descrizione dell’avventura ma anche dei luoghi e delle popolazioni incontrate, dei guasti alla motocicletta e dei sentimenti provati. La narrazione non indulge nello sconforto che spesso deve aver complicato l'impresa, ma non si abbandona nemmeno al vanto, all’ostentazione del coraggio. Mette in luce il grande senso pratico delle due donne, capaci di metter mano al motore e alle parti meccaniche del mezzo (per esempio nel deserto, dove in caso di bisogno possono confidare solo nel contratto di recupero con la società algerina di trasporti locali), la curiosità della loro indole vagabonda (che le fa attardare sulla via verso la meta per fermarsi e godere di ospitalità e vita locale), la capacità di sdrammatizzare (a proposito delle scorte di cibo o di uno scontro con l’unica auto incontrata) e la voglia di arrivare a destinazione. Theresa accenna anche al contesto sociale e geo-politico del tempo, quando molte colonie africane si chiamano ancora Tanganica (oggi Tanzania), Rhodesia (oggi Zambia, a settentrione, e Zimbabwe, in meridione), Unione del Sud Africa (oggi Repubblica del Sudafrica), quando le missioni sono ancora l’unica presenza europea nel cuore dell’Africa nera e rade famiglie di inglesi e tedeschi popolano le fattorie dell’Africa orientale, nell’emisfero australe.
Il linguaggio di Theresa è diretto, le descrizioni essenziali. La coraggiosa centaura, nell’occasione anche reporter, non si abbandona a lirismi, limita le descrizioni degli stati d’animo e si concentra sulle ambientazioni e sui rapporti con le persone.
Al termine del libro, il curatore Barry Jones aggiunge due appendici, la prima dedicata al viaggio di ritorno in Inghilterra di Theresa e Florence, e la seconda alle biografie delle due donne, estroversa e intraprendente Theresa quanto chiusa e poco comunicativa Florence, che dopo quell'avventura si divisero senza più ritrovarsi.

Traduzione della quarta di copertina
Da Londra a Città del Capo a bordo di una motocicletta e sidecar della Panther, con un rimorchio. Senza strade tracciate né aiuti, attraverso il Sahara e l’Africa equatoriale, fino al Sudafrica, nel 1935, senza nemmeno un compasso! E'il viaggio in motocicletta più sorprendente che sia mai stato raccontato e una rivelazione per il viaggiatore odierno.
Impavide nonostante l’incontro con nomadi, tempeste di sabbia, calura, pioggia, fiumi da attraversare, guasti e questioni burocratiche, Theresa Wallach e Florence Blenkiron compirono un viaggio che potrebbe benissimo ridurre a pezzi un motore moderno. Da un’oasi all’altra strappando alla Legione straniera francese il permesso di proseguire; improvvisando un traino per il rimorchio rottosi nel deserto; ricostruendo il motore ad Agadez; avvistando gorilla, leoni e serpenti sulla strada; fermandosi in villaggi di nativi e incontrando una straordinaria varietà di persone amichevoli e disponibili. Per non parlare dello scontro in Tanganica (oggi Tanzania) con l’unica auto incrociata dopo giorni.
Il libro è il resoconto della grande avventura di due donne che hanno dovuto anche superare pregiudizi e difficoltà del proprio tempo, nonché i limiti fisici che complicano l’attraversamento del Sahara e dell’intera Africa in tutta la sua lunghezza (7500 miglia). Una lettura d’obbligo per qualunque centauro o appassionato di motori, soprattutto donne. E gli appassionati di viaggi e avventure non trascurino che questo è stato il primo viaggio compiuto attraverso l’Africa in motocicletta, da Nord a Sud del continente. Semplicemente, una storia eccezionale!
Questa seconda edizione è arricchita da fotografie inedite e dettagli sulla vita di Theresa dopo la sua epica avventura.

venerdì 14 ottobre 2011

Parois de légende

di Alessia Delcré



Titolo: Parois de légende (Pareti leggendarie)
Autori: Stéphanie Bodet e Arnaud Petit
Editore: Glénat, Grenoble
Anno di pubblicazione: 2011
Formato: cm 14x23, brossura
Pagine: 240
Illustrazioni a colori (fotografie e mappe)
Lingua: francese













Il libro presenta vie di arrampicata di varie lunghezze e diversi gradi di difficoltà, disseminate in scenari naturali di incomparabile bellezza. Scalate moderne - attrezzate al massimo dal punto di vista tecnico - si alternano a scalate storiche - da ripercorrere per capire le vicissitudini dei popoli e delle loro terre - e naturalistiche allo stato puro - da cui spiccano le doti dei grandi scalatori.
Nella sezione iniziale, gli autori tracciano rapidamente l'abc dell'arrampicata: i diversi tipi di roccia, il materiale tecnico e personale da portarsi in scalata, i gradi di difficoltà riscontrabili... e ancora come intuire l'itinerario più appropriato, cosa fare in caso di infortunio, come valutare le condizioni meteorologiche ottimali.
Seguono 78 siti di scalata, ramificati spesso in proposte multiple, descritti in maniera schematica ma esaustiva. Per ogni percorso vengono date le coordinate, l'altitudine e il grado di difficoltà. Seguono indicazioni sulla stagione e sugli orari migliori per affrontare la scalata, il punto di partenza e di arrivo, la via per scendere, oltre a qualche curiosità storica. Il tutto in una scheda di rapida lettura, mentre una parte discorsiva illustra il merito di ogni via descritta.
Le immagini, oltre ai dati tecnici, giocano un ruolo importante per ogni scheda: le fotografie sono seducenti per chiunque ami la natura e le alte quote, e le topografie a piena pagina chiare e dettagliate.

Sommario delle scalate
ITALIA
Dolomiti: Cima Grande di Lavaredo, Cima della Madonna, Marmolada, Campanile Basso
Sardegna: Punta Girardili, Gola di su Gorroppu

SVIZZERA
WendenstocK: Pfaffenhuet, Reisend Nollen
Obeland: Eiger
Alpi Bernoises, Grimsel: Eldorado

FRANCIA
Massiccio del Monte Bianco: Aiguille du Midi, Grand Capucin, Tour Verte, Première pointe des Nantillons, Aiguille de Roc, Pilier Rouge de Blaitière, Aiguille du Moine
Oisans: Aiguille Dibona, Tête du Rouget
Dévoluy: Gillardes, Pic de Bure
Verdon: Escalès, Grand Eycharme, Paroi du Duc
Aiglun: Paroi du Giet, Paroi Dérobée
Calanques: Plateau de Castelvieil, Devenson, Grande Candelle
Pirenei: Petite Aiguille d'Ansabère, Grand Pic du Midi d'Ossau
Corsica, Aiguille de Bavella: Punta d'u Corbu

SPAGNA
Ordesa: Tozal del Mallo, Gallinero
Mallos de Riglos: La Visera, El Pison, El Puro
Picos de Europa: Naranjo de Bulnes

MAROCCO
Taghia: Taoujdad, Oujdad, Tadrarate

ALGERIA
Hoggar: Tezoulag sud, Garet El Djenoun, Hoggar, Tesnou

MALI
Hombori: Wanderdu, Kaga Tondo, Suri Tondo

NAMIBIA
Spitzkoppe

MADAGASCAR
Andrigitra: Karambony, Tsaranoro

GIORDANIA
Wadi Rum: Hammad's Done, Barrah Canyon, Nassrani Nord, Djebel Rum

TURCHIA
Dedegöl: Parete centrale, Tour Rouge

CANADA
Squamish: The Chief
Logan Mountains: Fiori di Loto

USA
Fischer Towers: Ancien Art
Canyonlands: Moses Tower
Yosemite: Higher Cathedral Rock, Royal Arches, Half Dome, El Capitan, Washington Column, Fairview Dome, Medlicott Dome

MESSICO
Basaseachic: El Gigante

BRASILE
Rio de Janeiro: Pane di Zucchero, Corcovado
Tres Picos: Pic Maior

CHILI
Torri del Paine: Torre Centrale del Paine

PAKISTAN
Karakoram: Torre di Trango

VENEZUELA
Gran Sabana: Salto Angel

Difficile non farsi contagiare dalla voglia di partire con lo zaino carico di moschettoni e voglia di avventura...



Traduzione della quarta di copertina
Campioni del mondo di scalata nel 1999 e prima nel 1996, Stéphanie Bodet e Arnaud Petit formano da più di 15 anni una cordata nella vita e sulle cime. Scalatori eccezionali, condividono il gusto per i grandi spazi naturali e gli incontri con altre culture, e scalano insieme le pareti di tutto il mondo.
Da questa esperienza fuori dal comune è nata quest'opera, che presenta le pareti più belle, più grandi, più mitiche... quelle che fanno sognare tutti gli scalatori e gli appassionati di paesaggi maestosi.
Alcuni tra questi universi minerali sono famosi: il granito perfetto del Monte Bianco e dello Yosemite, la roccia calcarea liscia del Verdon e del Marocco, i Pani di Zucchero di Rio de Janeiro e delle Dolomiti, le Torri del Paine in Patagonia e del Trango sull'Himalaya... Altri formano sculture di una bellezza incredibile, come gli organi basaltici del Sahara e i gres della Giordania.
Gli autori ci svelano qualche rivelazione, tra cui lo Spitzkoppe in Namibia, El Gigante in Messico e il Dedegöl in Turchia.
Le big walls, questi grandi muri che richiedono a volte diversi giorni di sforzi, si alternano a numerose vie che restano accessibili alla media degli scalatori.
Le foto e le topografie dettagliate (sono descritte più di 100 vie) permettono al lettore di proiettarsi in questo mondo a parte, prima di passare dal sogno alla realtà.

Stéphanie e Arnaud sono arrampicatori professionisti, consulenti tecnico-sportivi e tengono inoltre conferenze in tema.
Stéphanie, laureata in Lettere Moderne, è l'autrice di Salto Angel (edito anche in italiano, n.d.t.), racconto della loro spedizione più importante in Venezuela, punta di diamante anche di questo libro.
Arnaud, laureando in Fisica, è anche lui guida di alta montagna, e fotografo. Le sue riproduzioni sono state pubblicate sulle riviste di tutto il mondo e le sue mappe sono celebri per la loro precisione.

venerdì 19 agosto 2011

Stasi. The Untold Story of the East German Secret Police

di Francesca Desiderio


Titolo: Stasi. The Untold Story of the East German Secret Police (Stasi. La storia mai raccontata della polizia segreta della Germania dell’Est)
Autore: John O. Koehler
Editore: Westview Press, USA
Anno di pubblicazione: 1999
Formato: cm 15,2x22,8 brossura
Pagine: 460 Illustrato
Lingua: inglese


John Koehler, corrispondente della Associated Press a Berlino nel secondo dopoguerra, racconta la storia ignominiosa del Ministero della Sicurezza di Stato della Germania dell’Est, meglio conosciuto come Stasi (abbreviazione di Staatssicherheit, sicurezza di Stato), operativo dal 1950 al 1989, anno della caduta del muro di Berlino e del regime comunista nella DDR.
Questo reportage ben documentato rivela una conoscenza approfondita delle manovre compiute dalla Stasi ai danni del popolo tedesco, affinché il partito socialista potesse rafforzare il proprio potere dittatoriale. Sono descritte le attività organizzate sotto il controllo di Erich Mielke e con il sostegno dell’URSS (e all’URSS) dentro e fuori lo Stato tedesco. Mielke, figura dal passato criminale, fu il capo senza scrupoli di una macchina del terrore, che agiva tramite varie strategie operative: dall’istallazione di microfoni negli edifici al reclutamento, spesso forzato, di liberi cittadini come spie; dall’addestramento di uomini e donne per sedurre persone chiave al pedinamento quotidiano. In ogni settore della vita quotidiana, scuole, università, ospedali, aule di giustizia, la Stasi era ben infiltrata, tanto da muovere pedine e personaggi centrali - o eliminarli - secondo i propri piani. Personaggi in vista come dottori, giornalisti, scrittori, sportivi, uomini di chiesa e gente del popolo potevano essere oggetto di attenzione. In nessun altro Paese al mondo si produsse un simile meccanismo di controllo della società.
Nella lunga trattazione sono descritte anche figure chiave del regime o semplici cittadini passati alla storia per aver avuto il coraggio di opporsi, coraggio pagato con la libertà o la vita. E non mancano le critiche: l’oppressione dei tedeschi si perpetrò sotto gli occhi degli Stati occidentali, che sin dall’edificazione del muro di Berlino non vollero vedere l’opposizione popolare al comunismo. Il libro chiarisce anche la “politica estera” della Stasi: il finanziamento o la copertura di terrorismo internazionale e lo spionaggio ai danni della vicina Repubblica Federale, degli USA, della Nato, in Africa e in America Latina.
La rete capillare di spionaggio di semplici cittadini quanto di stranieri sospettati di tramare contro il regime diffuse terrore presso i tedeschi dell’Est e fu resa pubblica solo dopo la caduta del muro. Emersero gli orrori di persecuzioni, violenze e insospettabili manovre sulle vite delle persone, tanto che i tedeschi manifestarono senza freni la loro rabbia invadendo gli uffici del Ministero (oggi museo) e pretendendo i fascicoli riguardanti le loro vite spiate e la loro serenità rubata. L’opera è tuttora in corso, tanta è la mole di documenti raccolti dalla Stasi, e il popolo stenta a trovare giustizia, perché tanti documenti sono stati distrutti dalla stessa Stasi sul finire dei giorni della DDR, perché gli infiltrati e le spie erano anche persone comuni, perché tante condanne furono legittimate da un apparato giudiziario alleato del partito socialista, perché il lavoro di recupero dei documenti è immane, le accuse innumerevoli.
I dati riportati e le dinamiche descritte da Koehler fanno rabbrividire e lasciano intendere che questo capitolo della storia tedesca rimarrà una ferita insanabile nel cuore dei cittadini tedeschi. La trattazione è arricchita da fotografie, note e un utile elenco in cui sono spiegati acronimi e sigle. La scrittura di Koehler è chiara, inequivocabile, e lascia al lettore ogni conclusione, sebbene a tratti non riesca a trattenere qualche giudizio o emozione personale.

Traduzione della quarta di copertina
In questa avvincente trattazione, John Koehler descrive nel dettaglio le innumerevoli attività del Ministero della Sicurezza di Stato della Germania dell’Est, meglio nota come Stasi. La Stasi, piovra gigante che muove i suoi tentacoli sui tedeschi della Germania dell’Est per reprimere gli oppositori politici e arrestare centinaia di migliaia di cittadini, si è dimostrata un apparato di polizia segreta e servizi di spionaggio tra i più potenti al mondo. Koehler ne esamina attentamente le attività dentro e fuori la Germania dell’Est, senza tralasciarne i programmi di repressione interna, spionaggio internazionale, terrorismo e formazione dei terroristi, e operazioni speciali in America Latina e Africa. John O. Koehler è stato corrispondente estero per la Associated Press per 28 anni, con incarichi di direzione degli uffici di Berlino e Bonn. È stato anche consigliere del Presidente Ronald Reagan e responsabile delle comunicazioni durante la sua presidenza.

martedì 12 luglio 2011

John Freely’s Istanbul

di Alessia Delcré




Titolo: John Freely’s Istanbul (La Istanbul di John Freely)
Autore: John Freely
Editore: Scala Publishers Ltd, Londra
Anno di pubblicazione: 2005
Formato: cm 16,5x23,5, brossura
Pagine: 216
Illustrazioni a colori
Lingua: inglese









Passeggiando per Istanbul, si delinea la traccia di una scrittura che sale e scende le alture della città, entra nelle moschee e si ferma a contemplarne i particolari, rivolge qualche parola a un passante e si ingolosisce al pensiero dei dolci locumus.
L’autore propone un libro composto da tanti quadri descrittivi quante sono le zone geografiche di Istanbul: quindici capitoli in tutto, sette colline più i quartieri periferici lungo il Bosforo e dell’area asiatica. Le descrizioni sono intrise di evidente passione per la vita frenetica ma ancora misteriosa della metropoli - Freely frequenta e ama Istanbul da decenni - a cui si coniuga però un’analisi razionale di luoghi, date, personaggi del presente e del passato.
Spesso l’autore confronta la metropoli cosmopolita attuale con quella degli anni ‘60, periodo a cui risale il suo primo approccio alla città turca. Inoltre, egli ama riprenderne le poetiche descrizioni del XVII secolo, uscite dalla penna del cronista Evliya Efendi, come testimonianza dell’immutabilità di alcuni usi e costumi (spesso legati ai dogmi religiosi) e del lento permeare di uno stile occidentale che ne confonde ormai i tratti distintivi.

Definire questo libro una guida turistica sarebbe riduttivo e non appropriato, visto che Freely arricchisce le pagine con proprie riflessioni, si sofferma su personaggi che hanno lasciato la loro impronta tangibile sullo svolgere storico degli eventi, apre parentesi su curiosità e aneddoti per visitare al meglio la metropoli, e non considera per contro le informazioni pratiche di soggiorno che il turista cerca invece nei manuali di viaggio.
Potremmo a tratti considerarlo un diario autobiografico, dato che l’autore ci rende partecipi delle sue sensazioni e dei continui raffronti con la Istanbul del suo passato.
O ancora potremmo considerare questo testo un mosaico pittorico in cui ogni scorcio della città è reso con tante pennellate che non ne esauriscono la conoscenza ma ne lasciano piuttosto un assaggio, un’intima emozione.
Per le particolarità storiche e architettoniche dei numerosi edifici di epoca bizantina e ottomana raffigurati nel libro, l’autore rimanda infatti alla lettura di suoi precedenti volumi, più esaustivi in tal senso (si veda Strolling through Istanbul e Blue Guide Istanbul).
In John Freely’s Istanbul primeggiano invece le impressioni, proprio come in un quadro impressionista in cui i soggetti ritratti sembrano essere stati catturati per errore da uno sguardo distratto. E invece sono la rielaborazione di uno spirito artistico che li conosce fin troppo bene.


Traduzione della quarta di copertina
John Freely conosce Istanbul tanto quanto August Hare - noto scrittore inglese vissuto nel XIX sec. - conosceva Roma.
Per quarantatré anni Freely ha studiato, esplorato, amato e omaggiato la sua città adottiva.
Camminare per le strade, salire su per le colline, visitare le moschee, i palazzi e i resti storici di Istanbul con Freely è apprendere di prima mano la complessa storia della Nuova Roma e della capitale imperiale turca che le succedette. L’autore ne conosce gli angoli più segreti, i personaggi del passato così come del presente, che sa connotare in spazi e tempi ben definiti.
In questo libro Freely esamina di nuovo la storia, la gente, le tradizioni e gli aromi della città a cui è stato così intimamente legato per quasi mezzo secolo, annotandone i cambiamenti insieme all’immutabilità del suo spirito e del suo carattere.
Ampliamente illustrato, con fotografie d’attualità e materiale storico riordinato, proveniente da archivi remoti, John Freely’s Istanbul è la confluenza di passione e sapere del più grande biografo moderno di questa città.

Nato a New York nel 1926, John Freely è stato professore di fisica a Istanbul fino al 1960, quando iniziò a esplorare la città passeggiando a piedi con moglie, figli e amici. A poco a poco il suo hobby diventò passione. Il suo primo libro, Strolling through Istanbul (Gironzolando per Istanbul) - scritto insieme a Hilary Sumner-Boyd - venne pubblicato nel 1972 e gli permise di affermarsi come classico del genere. Seguì la pubblicazione di altri 30 libri sulla storia e topografia della città.

giovedì 23 giugno 2011

Parle-leur de batailles, de rois et d'éléphants

di Francesca Desiderio



Titolo: Parle-leur de batailles, de rois et d’éléphants (Storie di battaglie, re, elefanti)
Autore: Mathias Énard
Editore: Actes Sud, Arles
Anno di pubblicazione: 2010
Formato: cm 11,5x21,7 brossura
Pagine: 154
Lingua: francese

Nel 1506, Bayezid II, sultano della nuova capitale dell’Impero ottomano Istanbul, chiama a sé Michelangelo affinché progetti un ponte sul Corno d’Oro.
In dissidio costante con Giulio II, Michelangelo accetta l’invito del grande rivale del papa e si allontana dall’Italia in cerca di rivalsa e di denari, più per indispettire il pontefice che per reale interesse ad assecondare la volontà del potente sultano.
Accolto con tutti gli onori nella vecchia Costantinopoli, l’artista viene ricevuto da una delegazione importante, composta anche da genovesi, fiorentini e veneziani stabilitisi a Istanbul; durante il soggiorno lo accompagna il poeta turco Mesihi, mentre il gran vizir Ali Pacha media tra i talenti dell’artista e i desideri del sultano.
Michelangelo va alla scoperta della città facendo suoi i colori, le voci delle strade piene di vita, la vivacità dei locali dove si intrattiene con il poeta turco, assiste a danze andaluse e ne apprezza le misteriose ballerine. Tra un disegno e l’altro - stanche esercitazioni più che frutti dell’ispirazione - Michelangelo si fa trascinare dai piaceri della carne, ammaliato da un'affascinante ballerina andalusa, sotto lo sguardo geloso di Mesihi, sempre più attratto dall’artista italiano.
L’ispirazione tarda a venire e l’artista, sollecitato dal vizir, realizza infine un progetto lineare ma possente. Alla consegna del disegno viene omaggiato dal sovrano con proprietà terriere in Bosnia e senza ricevere un soldo, con sua somma delusione. L’indifferenza di Giulio II alla sua assenza da Roma acuisce la sua rabbia e nel carteggio con il fratello Bonarroto e Giuliano da Sangallo si riconosce squattrinato in patria e all’estero, e deluso dai potenti.
Le cospirazioni contro il gran vizir e un attentato alla sua vita, per impedire all’infedele di costruire un’opera in terra islamica; il sentirsi imprigionato in una gabbia dorata; il pensiero dei pericolosi rivali Bramante e Raffaello in patria inducono infine Michelangelo a lasciare Istanbul, nonostante i lavori per la costruzione del ponte siano appena stati avviati.
Ma il 14 settembre 1509 un terremoto devasta Istanbul. Con la morte di Ali Pacha, due anni dopo, e di Bayezid II nel 1511, il progetto del ponte di Michelangelo passerà all’oblio, e ne resterà solo un disegno.

Valutazione critica
Énard romanza una vicenda storica ispirato dai recenti ritrovamenti a Istanbul di documenti che attestano il soggiorno di Michelangelo nella città ottomana e il suo progetto di un ponte sul Corno d’Oro.
Quanto ci sia di autentico in questa narrazione di poco più di 150 pagine non è dato sapere. A dare credibilità al racconto sono senz’altro le lettere inviate da Michelangelo ai familiari in Italia – che Énard stesso traduce dall’italiano -, le tante figure storiche che si avvicendano nel libro (su tutte il poeta turco Mesihi) e la descrizione della misteriosa e potente Istanbul.
L’autore mette al centro i problemi finanziari dell’artista, facendone il motore delle sue scelte professionali, i rapporti umani che deve aver instaurato e che devono avergli reso più piacevole il soggiorno nella temutissima capitale ottomana. Énard conferisce così al mitico artista contorni umani, attribuendogli istinti, sentimenti contrastanti e poco nobili, bisogni materiali, senza mai sminuire il mito.
La narrazione è scorrevole e veloce, la scrittura sciolta ma attenta e ricercata, così come i brevi dialoghi. La storia è suddivisa in tanti piccoli capitoli, come fossero piccoli quadri di singoli eventi, tessere di un mosaico che si compone via via che si legge, e il racconto è intervallato dalle lettere di Michelangelo ai familiari, che conferiscono autenticità agli eventi narrati.
Unico neo di questo piccolo capolavoro di Énard è la conclusione rapida e precipitosa, che tuttavia non ha impedito all’autore di vincere in patria il Prix Goncourt des Lycéens 2010.

Traduzione della quarta di copertina
Quando Michelangelo sbarca a Costantinopoli, il 13 maggio 1506, abbandonando i lavori di edificazione della tomba del Papa a Roma, sa di sfidare la potenza e la collera di Giulio II, papa guerriero e pessimo pagatore. Ma come ignorare l’invito del sultano Bayezid II, che gli propone, dopo aver rifiutato i progetti di Leonardo da Vinci, di progettare un ponte sul Corno d’Oro?
Questo romanzo ricco di cenni storici comincia così, appropriandosi di una vicenda realmente accaduta per svelare i misteri di questo viaggio.
Destabilizzante come l’incontro di un uomo del Rinascimento con le bellezze del mondo ottomano, preciso e cesellato come un’opera di oreficeria, questo ritratto dell’artista al lavoro è anche un’affascinante riflessione sull’atto della creazione e sull’emblematicità di un gesto verso l’altra sponda della civiltà che resta incompiuto.
Infatti, attraverso il resoconto di quelle settimane dimenticate dalla Storia, Mathias Énard traccia i contorni di una geografia politica che, a distanza di cinque secoli, soffre ancora di incertezze.

Nato nel 1972, Mathias Enard ha studiato il persiano e l’arabo. Vive a Barcellona e soggiorna per lunghi periodi in Medio Oriente. Per Actes Sud ha pubblicato tre romanzi: La Perfection du tir (2003, Prix des cinq continents de la francophonie; Babel n° 903), Remonter l’Orénoque (2005) e Zone (2008; Babel n° 1020), premiato con il Prix Décembre 2008 e il Prix du Livre Inter 2009.

giovedì 26 maggio 2011

La main de Dieu

di Francesca Desiderio



Titolo: La main de Dieu (La mano di Dio)
Autrice: Yasmine Char
Editore: Gallimard, Parigi
Anno di pubblicazione: 2008
Formato: cm 11x17,8 brossura
Pagine: 122
Lingua: francese

Il libro racconta che cosa abbia significato per una ragazza di quindici anni nascere e crescere in Libano, nella Beirut bombardata tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, con genitori di diversa cultura e in una famiglia dalle tradizioni islamiche, nella precarietà dei giorni.
Studentessa di un liceo francese della città, la protagonista, di padre libanese e madre francese, vive al riparo dalle pressioni dei parenti islamici grazie alla sensibilità e alla comprensione del padre. L’uomo non è capito dalla propria famiglia d’origine, che lo accusa di scelte sentimentali ardite, ovvero l’amore incondizionato e rispettoso per una donna occidentale - la quale, però, lo abbandona - e per la figlia, che lascia libera di vivere secondo i suoi istinti, anche contro i costumi locali. La ragazza, mai nominata nel testo, sembra vivere un forte smarrimento interiore, lacerata com’è dall’incontro-scontro tra due culture, e in terra mediorientale sceglie di vestirsi come un ragazzo, portare capelli corti, pantaloni militari, niente velo né condizionamenti, e di preparasi alla guerra allenandosi con gli amici.
Il disagio è acuito dalla quotidianità della guerra, che trasforma la sua esistenza in uno stato di continua allerta e fughe dal pericolo delle bombe, sino alla perdita definitiva di ogni speranza e, per assurdo, alla ricerca di quel “franco tiratore” che metta fine alla sua vita. Il peso dei giorni sembra alleggerirsi quando la ragazza scopre l’amore nell’incontro casuale con un uomo che si presenta come un corrispondente di guerra francese, e al quale si concede senza remore né timori, indifferente all’obbligo della verginità, che nella Beirut islamica segna la demarcazione netta tra ragazze rispettabili e ragazze senza onore. Nella periferia dai palazzi semidistrutti e crivellati di colpi di Beirut, la giovane trova una ragione per vivere.
Continua a frequentare il campo profughi palestinese, mentre il suo amante la addestra alla guerra, a sparare. Il tempo resta sospeso, nella consapevolezza che tutto può accadere, anche la morte, senza alcun preavviso.
Mentre i libanesi lasciano la propria terra per cercar riparo nel resto del mondo, il padre della ragazza non vuole abbandonarla, nella speranza di far tornare a sé la moglie. La protagonista, invece, non trova un motivo per restare a vivere in quei luoghi di sofferenza, tra parenti ostili che non ne comprendono la voglia di libertà, ma non può partire senza il padre; asseconda così la richiesta del compagno di uccidere per lui. Per amore si ritrova quindi coinvolta in una sparatoria da cui fugge miracolosamente illesa, per scoprire che il suo uomo non è un corrispondente di guerra, bensì quel franco tiratore padrone dei suoi giorni, colui che rendeva precarie le vite dei suoi amici e dei suoi cari. Avutolo per caso sotto il tiro di fucile, lo uccide, per poi andarsene senza lasciare traccia di sé.
Due mesi dopo la morte del padre per malattia, morirà anche l’amata nonna della giovane, altro suo modello di libertà ed emancipazione. Tempo dopo, la giovane lascerà il paese e osserverà lo svolgersi degli eventi in Libano da un collegio femminile in Svizzera, come avrebbe voluto il padre.

Valutazione critica
Yasmine Char, autrice nata in Libano da padre libanese e madre francese, e attualmente residente in Svizzera, pare ispirarsi fortemente alla propria esperienza personale per raccontare la giovanissima protagonista del libro. La ragazza, al momento della narrazione quindicenne, per ben sette anni della propria vita non conosce che la guerra, vivendo in condizioni precarie, nell’assenza di elettricità, acqua, benzina, telefono, occupando case vuote, come tutti fanno.
L’autrice costruisce l’intreccio senza curarsi di riportare gli eventi in ordine cronologico, ora in prima ora in terza persona. Del resto, non è necessaria una sequenza temporale logica per ricostruire il percorso interiore della giovane, per capire il suo disincanto, la sua disperazione. Il racconto, semplice e crudo, restituisce al lettore la realtà di un paese in guerra senza esitazioni né ombre.
Dalla narrazione si evince il duplice significato del titolo. La “mano di Dio” è, all’inizio, l’intervento divino che dona alla ragazza l’amore, attraverso l’incontro con un uomo cresciuto al di fuori del contesto di morte e precarietà. In seguito, “la mano di Dio” diventa la mano della ragazza stessa, quando, dopo il massacro di alcuni rifugiati palestinesi suoi amici, la giovane perde ogni fede e si sostituisce a quel Dio assente, uccidendo senza ripensamenti né rimorsi il suo amore, responsabile di tanto sangue versato.
Al termine di questa asciutta ma incalzante narrazione, la ragazza, ormai adulta e lontana da Beirut, spiega così il motivo di quel “viso da assassina” che tanto le pesa addosso, come affermato in apertura del libro. Un volto scavato dall’amarezza e dalla disillusione.

Traduzione della quarta di copertina
Si parla di una ragazzina di quindici anni che corre lungo una linea di demarcazione. Si parla del Libano, paese in guerra da così tanto tempo che a volte ci si dimentica che la guerra sia ancora là. E, infine, si parla di amore in un contesto di guerra. L’amore della ragazzina, puro come un diamante, per il padre, per l’amante, per la patria. Grande assente è la madre, che non sa nulla di questo amore. Se n’è andata senza lasciare traccia.
La ragazzina cresce del tutto smarrita in quei luoghi, divisa tra due culture, travolta dalla violenza.
Così, corre.
È la storia di una ragazza dal vestito verde che volteggia tra le rovine, che si butta tra le braccia di uno straniero, che maneggia armi come respira. È la storia di un’adolescente, che cade ma si rialza sempre.

mercoledì 18 maggio 2011

Camille Claudel. Le génie est comme un miroir

di Alessia Delcré



Titolo: Camille Claudel
Sottotitolo: Le génie est comme un miroir (Il genio è come uno specchio)
Autrici: Hélène Pinet, Reine-Marie Paris
Editore: Gallimard, Parigi
Anno di pubblicazione: 2003
Formato: cm 12,5x18 brossura
Pagine: 128
Illustrazioni a colori
Lingua: francese









Camille Claudel è una scultrice vissuta a cavallo tra il 1800 e il 1900, allieva e amante di Auguste Rodin, ma soprattutto donna dalla forte e contrastata personalità, che a dispetto del suo talento ha trascorso gli ultimi trent’anni di vita rinchiusa in una casa di cura per malattie mentali.
Il libro percorre tutte le tappe di crescita artistica e personale della scultrice: dall’infanzia contrastata da una madre che non accetta la vocazione artistica della figlia, al veloce e istintivo apprendimento del mestiere, alla pratica quasi morbosa in atelier, alle esposizioni, agli estenuanti ma vani tentativi di emergere in ambito artistico. È un percorso di vita difficile, accidentato, passionale e tragico, sempre in lotta con la disapprovazione di una società troppo conservatrice, i radi e complessi rapporti affettivi e le continue ristrettezze economiche.
Le fila del racconto sono tratte da documenti, lettere, articoli giornalistici, archivi fotografici e dépliant di mostre conservati o pazientemente raccolti dalle autrici, in particolare su volontà di Reine-Marie Paris, pronipote dell’artista, che ha voluto offuscare l’emblema della pazzia a favore della genialità.
Camille resta comunque una donna difficile, a tal punto devota alla propria arte da privarsi di una vita sociale, condizione che la porta irrefrenabilmente verso quel baratro di solitudine e di follia degli ultimi anni della sua esistenza. Un ritratto significativo che emerge dalle pagine del libro è quello della giornalista Gabrielle Logerot: “La signorina Claudel ha occhi magnifici, di un verde pallido, che evocano i freschi germogli delle foreste. [...] Ma nello stesso momento in cui il loro sguardo vi attira, un gesto istintivo dell’artista sembra bloccare lo slancio della sua simpatia, e si resta con questa impressione strana di una natura profondamente personale, che vi attira per la sua grazia e vi respinge per la sua ferocia”.
Camille Claudel alla fine era questo: una donna molto graziosa, sicura di sé e pronta a tutto pur di esprimersi nell’arte scultorea - di cui ha lasciato magnifiche opere rivalutate come geniali solo dopo la sua morte - ma anche una personalità scontrosa, rigida e avara negli affetti.
Il rapporto con Auguste Rodin, spesso evocato e testimoniato nelle pagine del libro, è fonte di gioia, di profonda ispirazione artistica e di passione reciproca in un primo periodo, ma la continua indecisione di Rodin, che frequenta anche un’altra donna (Rose) allontana infine Camille, che si chiude per sempre in se stessa e nel suo mondo di angosce.
Il secondo personaggio profondamente legato alla sua figura è il fratello Paul, dotato di grande talento per la scrittura, a cui preferisce però una vita agiata e concreta, in contrapposizione a quella sognatrice e di stenti della sorella. È lui che le sta vicino nei momenti più difficili e la incoraggia, che condivide le sue aspirazioni e i suoi tormenti, ma che alla fine la conduce in una casa di cura per malattie mentali, rassegnandosi al decadimento psichico di Camille e al suo “fallimento umano e professionale”.
La genialità artistica è sempre definita da Paul con una grande amarezza e una certa repulsione, come in questa citazione in apertura del libro: “Il genio è come uno specchio, di cui un lato riceve la luce e l’altro è rugoso e arrugginito”.

Valutazione critica
La ricchezza di documenti - tra cui lettere, articoli giornalistici, ritratti di Camille resi da personaggi illustri in ambito artistico e letterario - e le numerose fotografie d’epoca della scultrice e della sua cerchia relazionale (famigliari, amici, sostenitori...) ricostruiscono sapientemente il contesto storico e culturale di fine Ottocento nel quale si inserisce la coraggiosa artista. Camille, infatti, affronta seri ostacoli di carattere sociale (la difficoltà ad accettare un grande talento artistico in una donna per lo più molto giovane) e quindi economico (la sovvenzione e la vendita delle opere). La trattazione si snoda lungo le pagine del libro proprio grazie alla presentazione documentaristica, per cui è il lettore a “ricostruire” il ritratto artistico, psicologico e relazionale della scultrice. Tale impostazione è molto stimolante e lo stile, che a volte sembrerebbe scivolare nel racconto cronistico, si intreccia abilmente con profonde analisi caratteriali e intime.
È una lettura significativa per avvicinarsi a un’artista ai più sconosciuta (il suo nome resta troppo spesso legato al grande Rodin), per capire il suo difficile percorso di vita ma soprattutto per conoscere le sue opere. Il testo ne propone infatti un ricco repertorio fotografico, corredato di spiegazioni e commenti spesso rilasciati dai personaggi dell’epoca.
Il libro si rivela anche un utile strumento di comparazione artistica con Rodin, maestro, amante e infine sostenitore respinto e odiato da Camille. Una lettura laterale mostra infatti come gli stili dei due scultori si intreccino fino a fondersi nel primo periodo produttivo di Camille, per poi distaccarsi completamente (distacco che coincide anche con la rottura definitiva del rapporto amoroso tra i due) per consolidare in Camille uno stile prettamente personale e unico, quello delle opere che oggi meglio la rappresentano. Tale lettura è infine valida anche ai fini di uno studio più approfondito della produzione artistica di Rodin, alla luce di retroscena sentimentali che meglio spiegano ed evidenziano scelte tematiche e creazioni spesso nate grazie a profonde affinità affettive.

Traduzione della quarta di copertina
Dalla personificazione dell’artista maledetta al riconoscimento del suo genio, Camille Claudel è stata oggetto, a partire dagli anni Ottanta, di una acceso dibattito volto a riabilitatare la sua figura. Sappiamo quanto le sue prime opere abbiano impressionato Auguste Rodin, che ne fece sua allieva, ispiratrice e amante. Sappiamo come questa donna, dilaniata tra il sogno di un amore corrisposto e quello della scultura, sia scivolata verso la follia e sia stata internata. Al di là di queste vicissitudini che ne fanno un personaggio romanzesco, questo libro restituisce la vita e l’opera dell’artista al contesto della sua epoca.
Ricordando com’era allora difficile essere donna e scultrice; come, con il fratello Paul, introdotto nei circoli letterari, Camille fosse molto vicina a un filone dell’avanguardia parigina; come si liberò dell’influenza di Rodin per realizzare, fino al 1905, le sue opere più creative: La valse (Il valzer), L’âge mûr (La maturità), La vague (L’onda). Come infine, in preda a un delirio di persecuzione e in mancanza degli autentici riconoscimenti a cui aspirava, Camille si fosse isolata poco a poco dalla scena artistica, arrivando anche a distruggere le proprie opere...

Dai luoghi della sua infanzia al vecchio edificio sul lungosenna Bourbon, dal suo primo atelier parigino alla casa di cura di Montdevergues, dai suoi legami tumultuosi con Rodin ai dissidi con i suoi fornitori, dall’universo famigliare alle sue fughe in Inghilterra... più di 150 documenti per rivivere la vocazione inestinguibile di Camille Claudel: scolpire.